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Le nuove esigenze professionali e i loro riflessi sull' evoluzione della laurea in ingegneria elettronica

Estratto da «L'ELETTROTECNICA», N. 6 voI. LXX. 1983. da pag. 529 a pag. 541

Dibattito tra i vari docenti universitari per diffondere la conoscenza dei problemi che stanno alla base delle prospettive di evoluzione delle nuove figure professionali che si vanno delineando nell'area culturale elettronica tradizionale e delle proposte di nuovi corsi di laurea.

PRESENTAZIONE
Le aree culturali che si sono tradizionalmente riconosciute e sviluppate nell'ambito dell'ingegneria elettronica, come le relative figure professionali, hanno avuto in quest'ultimo ventennio - da quando cioè è nata nelle nostre Università un corso di laurea con questo nome - un'evoluzione e una crescita così rapida da imporre certamente un ripensamento nella strutturazione di questo corso, forse una sua vera e propria rifondazione. Si pensa ormai alla necessità di istituire nuovi corsi di laurea, che consentano di venire meglio incontro alle future esigenze della società o del mondo del lavoro e al loro sempre più rapido mutare.

Poiché ciò rientra certamente tra i suoi compiti istituzionali il Gruppo «Formazione e Professione» dell'AEI ha ritenuto di dover intervenire tempestivamente per diffondere tra tutti i soci della nostra associazione e tra tutti i tecnici la conoscenza sia dei problemi che stanno alla base delle prospettive di evoluzione della formazione di queste nuove figure professionali, sia del dibattito in corso a vari livelli nel mondo accademico.
Tale dibattito si è particolarmente acceso dopo la richiesta, maturata nel Gruppo Ricercatori di Informatica e Sistemistica (G.R.I.S.) e discussa nel corso di una recente tavola rotonda (Bologna, 15 ottobre 1982), per l'istituzione di una nuova laurea in ingegneria informatica e sistemistica, richiesta che ha avuto il merito di portare alla ribalta perentoriamente la crisi odierna. Molti motivi di fondo giustificano tale richiesta; al contempo essa solleva però in vari ambienti dubbi e perplessità, che derivano dall'esame delle tendenze che emergono dalla stessa evoluzione delle varie aree culturali e delle figure professionali, che afferiscono oggi all'odierna laurea in ingegneria elettronica, come dall'evoluzione dei vari settori industriali.

L'opera di diffusione del dibattito in corso potrà certamente essere utile: servirà anzitutto ad ampliarlo sino a coinvolgere, speriamo, anche altri ambienti che sono di certo anch'essi fortemente
interessati ad esso e alle sue conseguenze; servirà inoltre a fornire un'opera di documentazione viva, certamente preziosa nel futuro agli studiosi dell'evoluzione delle nostre istituzioni formative.
E speriamo infine che l'occasione offerta da questo primo dibattito, promosso dall'AEI, possa contribuire a far sì che lo studio dei problemi della formazione dei tecnici e le proposte per le loro soluzioni più opportune vengano d'ora in poi finalmente rivendicate nel nostro Paese quale un ambito e preciso dovere del mondo tecnico, accademico e professionale insieme, che non può più degradarsi quasi al rango di spettatore sfiduciato e disinteressato delle scelte compiute altrove e spesso guidate solo dai suggerimenti di pseudo-esperti, come è ormai divenuto prassi normale da alcuni anni.

Alcuni illustri docenti sono stati coinvolti in una discussione su questi argomenti, seguendo il filo conduttore posto dalle domande, qualche volta anche un tantino volutamente provocatorie, rivolte loro da G.B. Stracca, nella sua veste di presidente del Gruppo «Formazione e Professione». Essi sono i professori Luigi Dadda e Antonio Ruberti, rettori rispettivamente del Politecnico di Milano e dell'Università di Roma, Emanuele Biondi e Francesco Carassa del Politecnico di Milano, Ercole De Castro dell'Università di Bologna, Angelo R. De Meo del Politecnico di Torino. Le opinioni da essi espresse nel corso del dibattito qui pubblicato, coprono certamente in gran parte la varietà di opinioni maturate su questi argomenti nei tradizionali settori sinora riconosciutisi nell'ingegneria elettronica.

Come vedete la crisi odierna dell'ingegneria elettronica nella nostra Università, i suoi motivi, l'evoluzione delle figure professionali ad essa attinenti? Come s'inquadra in questa crisi e nelle sue eventuali soluzioni la recente richiesta per l'istituzione di una nuova laurea in ingegneria informatica e sistemistica? Quale è il significato di questa richiesta? Quali le sue giustificazioni nel quadro sia delle esigenze professionali, odierne e future, sia di quelle della formazione? Perché proprio informatica e sistemistica? A che tipo di formazione dovrebbe provvedere? Vi sembra giustificato a questo proposito affidare a tale nuova laurea, come è stato da alcuni proposto nelle discussioni in corso, una formazione puramente metodologica, contrapposta a quella puramente tecnologica, che dovrebbe essere affidata, come suo compito precipuo, in futuro, al corso di laurea in ingegneria elettronica?

L. Dadda - L'ingegneria elettronica è sempre stata in situazione di crisi (termine che etimologicamente significa cambiamento) da quando ricevette il nome negli anni cinquanta, per denotare un insieme di tecnologie (i tre C: comunicazioni, controlli e calcolatori). Non è il caso qui di tracciare le varie crisi, che sono consistite o in crescita non prevedibile di alcuni aspetti (per es. il digitale) o nel sorgere di settori interdisciplinari dominati dall'elettronica (es. la bioingegneria).

La proposta della fondazione di un corso di laurea in Ingegneria informatica e sistemistica ha rinfocolato le polemiche, mai peraltro spente, sul modo migliore di dare struttura coerente ad un settore in continua, appunto, crisi. I proponenti del nuovo corso di laurea sono, ovviamente, i più motivati a rispondere alle domande per quanto riguarda il significato e l'inquadramento della proposta. Ma anche chi non è tra i proponenti può utilmente, credo, esporre il modo in cui vede la cosa. Vi è una motivazione delle proposte, immediata: è il gruppo di ricercatori in informatica e sistemistica che la ha prodotta. Viene spontanea la domanda: perché un gruppo che riunisce i ricercatori di due settori che a mio avviso (come dirò anche meglio in seguito, ma peraltro appare già chiaro) sono piuttosto non comparabili e, in fondo, neppure complementari (l’informatica è una tecnologia e rappresenta un settore industriale ben preciso, la sistemistica no; né appare valida l'argomentazione che i sistemi si costruiscono, oggi, necessariamente con l'informatica: infatti, per esempio, un impianto chimico è innanzi tutto fatto di chimica, studiato opportunamente con le metodologie sistemistiche e comprendente come oramai quasi tutti gli impianti una o più macchine informatiche). La ragione è, a
mio avviso, storica, di storia della università italiana. Dove i nuovi settori stentano a nascere ed affermarsi, i ricercatori in esso operanti trovano soluzioni nel coalizzarsi, riunendo le forze: è questa, a mio avviso, la motivazione di fondo del gruppo citato e della conseguente proposta di corso di laurea. Quanto sopra non vuole essere una critica agli interessati (che, forse, non potevano fare di meglio) ma forse lo è per le Facoltà di ingegneria nel loro complesso, non capaci di dare sufficiente spazio alle nuove, valide iniziative.

A. Ruberti - Non è facile isolare il giudizio sulla qualità e sulla rispondenza degli attuali curricula e titoli in un particolare settore (ingegneria elettronica) da quello sul quadro complessivo. Scelta, dopo un dibattito troppo lungo, la via del processo di riforma, il legislatore è intervenuto, con le leggi del 1980, da un lato per definire e razionalizzare il quadro dei docenti e del personale amministrativo e tecnico e dall'altro per correggere lo squilibrio che si era determinato, durante la fase di espansione, tra le funzioni di ricerca e di insegnamento e che aveva fatto emergere seri rischi di «licealizzazione». Di qui il finanziamento della ricerca, il dottorato, l'adozione di nuove strutture organizzative per la ricerca.
È rimasto aperto il problema dell'adeguamento del nostro sistema di formazione ai criteri, largamente adottati nelle università degli altri paesi, della diversificazione dei titoli in diplomi e lauree, della diversificazione rispetto alle varie figure di studenti presenti in ogni università con accesso di massa, della flessibilità rispetto alla previsione di variazione della domanda.
In questo quadro occorre collocare il giudizio sui vari corsi di laurea in ingegneria, dove non è previsto il diploma, gli statuti sono vincolati alla legge del '60 e ad un quadro di riferimento esterno che vede un solo ordine professionale per tutti gli ingegneri, da quello civile a quello elettronico, da quello minerario a quello nucleare. E inoltre, l'inadeguatezza degli spazi e dei laboratori è in molti casi più pesante che in altri settori. Si ha ancora una volta un indice del ritardo che le strutture di ricerca e di insegnamento nel nostro paese registrano all'importante processo di industrializzazione che lo ha caratterizzato.
In questo quadro, che richiede nuovi interventi legislativi e adeguati piani di riequilibrio. spicca emblematicamente il fatto che nelle facoltà di ingegneria del nostro paese non vi è ancora un corso di laurea per formare ingegneri nel settore della informatica e della sistemistica. La liberalizzazione dei piani di studio e l'inserimento di nuove discipline sul vecchio tronco della legge del '60 hanno consentito in talune sedi «indirizzi di studio in informatica e/o sistemistica» nel corso di laurea in elettronica. Questa è cosi divenuta una culla, nel quale il nuovo nato è stato costretto a crescere condizionato, come tutta la elettronica, dal contesto culturale della legge del '60 e subendo in più le costrizioni delle «richieste minime» per diventare ingegnere elettronico.
Venti anni di coabitazione hanno portato da un lato alla «deformazione della culla», diventata ormai inadeguata ad una vita scientifica e didattica fisiologicamente accettabile, dall'altro, e ciò è più rilevante, ad uno sfasamento in ritardo grave rispetto alle domande di professionalità nel settore dell'informatica, dell'automatica, della sistemistica. Il fatto che il corso di laurea in elettronica non sia riuscito in venti anni a offrire una risposta a questa domanda viene a costituire una prova della correttezza dell'impostazione cui si sono ispirate le richieste che, durante l'arco degli anni settanta, i ricercatori e i docenti operanti in questo settore, hanno formulato e discusso pubblicamente.
Perché informatica e sistemistica? Ma perché le professionalità che occorre sviluppare sul territorio nazionale sono soprattutto quelle del software, delle applicazioni di tipo organizzativo-gestionale, dell'automazione dei servizi e della produzione, che richiedono un'approfondita conoscenza delle discipline informatiche e delle metodologie sistemistiche. Non si tratta di contrapporre, astrattamente, la formazione metodologica a quella tecnologica, ma piuttosto di non dare a quest'ultima, per le professionalità in esame, lo stesso ruolo che è necessario per altri corsi di laurea.

A.R. Meo - L'odierna crisi della laurea in Ingegneria elettronica deriva, a mio giudizio, dal mancato adeguamento degli ordinamenti delle facoltà di ingegneria alle profonde trasformazioni dello scenario tecnologico industriale dell'intero settore elettronico. Gli ordinamenti hanno più di vent'anni di vita; i prodotti industriali, i processi produttivi, le tecnologie, la stessa cultura scientifico-tecnica sono molto cambiati in questo ventennio. In particolare, il settore elettronico ha visto la nascita di nuovi comparti produttivi e nuovi problemi scientifici, e la modifica dell'importanza e del ruolo dei suoi strumenti tecnologici (si pensi, ad esempio, all'informatizzazione degli apparati di commutazione telefonica e dei sistemi di comunicazione in genere).
In questo nuovo scenario tecnico e industriale si collocano figure professionali molto diverse da quelle disegnate dai vecchi ordinamenti. Il corso di laurea in ingegneria informatica e sistemistica consentirebbe di colmare almeno in parte le lacune più gravi del mercato del lavoro professionale nel nostro Paese, in un momento decisivo del suo sviluppo tecnologico e industriale.
I piani di studio del nuovo corso di laurea dovrebbero costituire la risposta a due esigenze nuove, strettamente collegate: quella prevalentemente tecnologica dell'ingegnere esperto in sistemi e moduli di elaborazione numerica, e quella prevalentemente metodologica dell'ingegnere sistemista che si occupa dell'identificazione del sistema da controllare e del disegno complessivo del sistema di controllo. Quindi non condivido l'opinione di chi vorrebbe affidare alla nuova laurea una formazione puramente metodologica, contrapposta a quella puramente tecnologica, che dovrebbe essere affidata, come suo compito precipuo, al corso di laurea in ingegneria elettronica.
Le esigenze a cui risponderebbe la nuova laurea sono molto urgenti: già oggi molti programmi di sviluppo industriale del nostro Paese sono fortemente condizionati dalle carenze di competenze adeguate, e tutte le previsioni, formulate sull'analisi del mercato del lavoro nei Paesi tecnologicamente più avanzati del nostro, conducono alla stima di una prossima esplosione della domanda di tale personale.
Non sono abbastanza documentato per dare una valutazione quantitativa delle esigenze di figure professionali caratterizzate da prevalente formazione metodologica, ma intuisco che la crescente complessità dei sistemi che si dovranno analizzare o controllare nella società di domani, da quelli economico-produttivi a quelli socio-politici, richieda specifiche competenze molto raffinate. Per quanto concerne invece le esigenze prevalentemente tecnologiche del settore informatico, si possono richiamare quattro ordini di considerazioni.
In primo luogo il settore informatico, in termini di fatturato, è già al quarto posto tra i diversi comparti produttivi, ma è l'unico ad espandersi con tassi di incremento sempre superiori al 10% anche negli anni più recessivi. Vi sono previsioni per la fine degli anni '80, quando si laureeranno i giovani che avranno intrapreso la nuova laurea, secondo le quali il settore informatico sarà a quell'epoca il più importante settore produttivo.
In secondo luogo, rispetto ai settori che ancora sopravanzano quello informatico in termini di fatturati globali, quest'ultimo presenta la caratteristica di richiedere alta intensità di lavoro; di conseguenza, a parità di investimenti, le esigenze di personale sono mediamente da cinque a dieci volte superiori. In terzo luogo, mentre nei settori cosiddetti maturi il personale laureato costituisce una minoranza rispetto al totale del personale impiegato, nel settore informatico la percentuale ottimale è dell'ordine del 50% e tende ulteriormente a crescere.
Infine, mentre nei settori maturi gli organici sono già completi, anzi, alla luce delle recenti esigenze di ristrutturazione, sono generalmente sovrappopolati, nel settore informatico i nuovi organici sono quasi sempre cornici vuote da riempire.

E. Biondi - Piuttosto che di crisi, io parlerei di un rapido e forse caotico sviluppo di piani di studio degli studenti elettronici, dovuto essenzialmente all'altrettanto galoppante ed enorme progresso, sia dell'elettronica definita in senso «stretto», sia dell'elettronica «allargata». Con questo termine intendo
conglobare tutte quelle attività didattiche e di ricerca che si svolgono in Italia presso i vari dipartimenti (o istituti) che si ricollegano, eventualmente con diverse denominazioni, alla matrice culturale elettronica. Questo fiorire di discipline molto disparate sotto la denominazione elettronica non deve meravigliare né ancor meno scandalizzare; infatti, in modo più o meno vistoso, con denominazioni più o menò diverse, è quanto avviene in altri Paesi, fra i quali occorre mettere in prima linea gli Stati Uniti. La necessità di istituire una nuova laurea, almeno in Italia vista l'importanza che si dà alle «etichette» nel nostro Paese in varie sedi e per vari problemi (dai raggruppamenti di materie per concorsi a cattedra all'assunzione di persone negli enti pubblici), nasce appunto dalla volontà di mettere ordine nei curricula degli studenti e di fornire un'immagine corretta dell'ingegnere elettronico verso il mondo esterno delle università. Si ricordi che, a norma delle attuali leggi, soltanto una piccola parte di laureati in elettronica potrebbero essere iscritti ad un eventuale albo di ingegneri elettronici; d'altra parte la validità delle decisioni prese presso molte facoltà di permettere agli studenti di scegliere anche curricula poco caratterizzati come elettronici in senso stretto è suffragata dalle richieste del mondo del lavoro. Si sottolinea infine che il forte incremento degli studenti elettronici è essenzialmente dovuto a questa visione di elettronica allargata; ancora, c'è da ritenere di non aver fatto errori, confrontando la nostra situazione con quella delle università americane, dove l'«Electrical Engineering» risulta percentualmente più forte di quanto non sia in Italia l'elettronica unita all'elettrotecnica ed avente un ugual ampio spettro culturale.
In quanto alla denominazione «Ingegneria informatica e sistemistica» prendendo ancora come esempio gli Stati Uniti, basta ricordare che sono molte diffuse lauree che si rifanno nel titolo a queste tematiche: Computer Science, Computer Engineering, Industrial and System Engineering e denominazioni similari. Ciò che in effetti non si trova è l'abbinamento di queste tematiche sotto un unico titolo; d'altra parte questo abbinamento è giustificato in Italia dal fatto che nel nostro Paese, più forse che altrove, la Ingegneria sistemistica è sorta nei dipartimenti di elettronica. Non si può dimenticare che esiste già in Italia un corso di laurea in Scienza dell'informazione presso le Facoltà di scienze e occorre quindi sottolineare l'esigenza di non disperdere le energie proponendo nelle Facoltà di ingegneria due nuovi e distinti corsi di laurea: uno ancora nel settore dell'informatica, l'altro in quello della sistemistica. Questo abbinamento è molto sentito nei giovani, ed è inoltre giustificato da ragioni culturali e professionali molto forti. Infatti, da una parte l'informatica fornisce lo strumento di calcolo, dall'altro la sistemistica fornisce agli studenti una particolare attitudine, fondata sulle conoscenze di metodologie specifiche, ad affrontare lo studio di sistemi complessi. Inoltre, la mentalità dell'ingegnere informatico è molto simile a quella dell'ingegnere sistemista, sia paragonando queste nuove figure professionali con quelle formate dagli altri corsi di laurea, sia perché è difficile oggi essere un buon sistemista senza una buona conoscenza dell'Informatica, così come difficile (oggi, ed ancora più domani) essere un buon informatico senza una buona conoscenza delle metodologie sistemistiche, vale a dire della Ricerca operativa, della Teoria dei sistemi, della Teoria del controllo, vuoi in relazione allo studio di sistemi deterministici, vuoi in relazione a sistemi stocastici.
Circa poi la separazione delle metodologie dalle tecnologie, penso che ci si trovi di fronte ad un equivoco, dovuto al significato che si dà alla parola «tecnologie», quando si afferma che la nuova laurea non deve avere contenuti tecnologici. È mia ferma opinione (e credo condivisa dalla maggior parte dei sistemisti) che tutti gli studenti della nuova laurea debbano essere a conoscenza delle «tecnologie dei sistemi»; penso invece che soltanto una parte di questi studenti debbano conoscere le «tecnologie dei circuiti elettronici». In altre parole, il sottolineare l'importanza delle metodologie non deve essere interpretato come un voler diminuire la preparazione di base ingegneristica, ma quest'ultima evidentemente deve risultare opportunamente modificata rispetto a quanto si ha per le figure professionali tradizionali.
Ritengo poi molto azzardata l'affermazione che non esista la figura professionale dell'ingegnere sistemista: basta una fuggevole occhiata alle università americane (assunte non come depositarie della
verità, ma indubbiamente come una realtà che non può essere ignorata) e una minima conoscenza di moltissimi settori del mondo produttivo italiano per convincersi del contrario. Comunque non si comprende perché debba a priori esistere la figura professionale dell'ingegnere di software, disponibile ad occuparsi di «tutto» e non debba contemporaneamente essere riconosciuta la professionalità specifica di chi abbia l'esperienza e la preparazione di base che lo qualifica a studiare sistemi complessi, dando luogo a «prodotti» del tutto paragonabili ad un software. Ma non posso qui, per ragioni di spazio trattenermi ulteriormente su un tema che meritava invece una lunga risposta.

E. De Castro - La crisi dell'Ingegneria elettronica nelle nostre Università è innanzitutto una crisi di evoluzione della disciplina, che non riguarda solo il nostro Paese e che trae origine essenzialmente dagli sviluppi della Microelettronica e dell'Informatica, fra loro strettamente ed indissolubilmente interconnessi; allo stesso tempo, in Italia, è una crisi di strutture, frutto di trascuratezze di vecchia data e di dissennatezze dell'ultimo decennio.
Per quanto riguarda la proposta di istituire un corso di laurea in «Ingegneria informatica e sistemistica» occorre chiarire che una giustapposizione dei contenuti di un corso di laurea in Scienza dell'informazione quale esiste in talune Facoltà di scienze, con quelli che attengono alla Scienza dei sistemi non ha più giustificazioni di quante ne avrebbe un'analoga giustapposizione con i contenuti del corso di laurea in Ingegneria elettronica o con altri ancora, che facciano largo uso dei metodi di elaborazione delle informazioni. Le circostanze mi inducono a presumere che il corso di laurea proposto trovi la propria motivazione unitaria in una precisa finalizzazione verso la Scienza dei sistemi ed a questa ipotesi mi atterrò nel rispondere alle domande poste. Inoltre, di proposito, non farò uso della locuzione «Ingegneria dei sistemi» perché, con il significato che la parola ingegneria ha nella lingua italiana, «Ingegneria dei sistemi», ed «Ingegneria» risultano sinonimi; credo, del resto, che i colleghi non giudicheranno riduttiva la locuzione «Scienza dei sistemi», allo stesso modo come «Scienza delle costruzioni» non è riduttiva nei confronti dell'Ingegneria civile.
Ciò premesso, ritengo che la richiesta di istituire un corso di laurea in «Ingegneria informatica e sistemistica» non abbia molto a che fare con l'evoluzione dell'elettronica, se non per il fatto che il corso di laurea in Ingegneria elettronica è stato l'unico, nelle Facoltà di ingegneria italiane, a dare consistenti spazi alla Scienza dei sistemi, le cui applicazioni si collocano però ben oltre l'area che è propria dell'elettronica, offrendo approcci e metodologie ad un enorme varietà di problematiche, che vanno dalla analisi dei grandi sistemi economici, ecologici e biologici alle più disparate questioni di organizzazione.
La richiesta di istituzione del nuovo corso di laurea si spiega in parte con la persuasione dei docenti delle discipline attinenti alla scienza dei sistemi che gli spazi lasciati loro dall'Ingegneria elettronica non siano sufficienti e con l'impossibilità di ottenerne più ampi senza snaturare quest'ultimo corso di laurea; in parte con il disagio dei medesimi docenti, i quali ritengono, a giusta ragione, riduttivo e fuorviante l'inserimento delle loro discipline praticamente solo nel corso di laurea in Ingegneria elettronica.
Per quanto riguarda le motivazioni obiettive del corso di laurea proposto ed in particolare l'intenzione di affidargli un compito di formazione puramente metodologica, devo dire che, mentre sono convinto dell'utilità di inserire in ogni corso di laurea delle Facoltà di Ingegneria almeno un insegnamento obbligatorio, che dia una introduzione non superficiale alla Scienza dei sistemi, ed alcuni altri di indirizzo, che consentano di approfondirne alquanto le metodologie in un contesto professionalmente orientato, ho seri dubbi sull'efficacia di una formazione esclusivamente od anche solo prevalentemente affidata allo studio di metodologie. Si tratta peraltro di una questione di fondo, sul merito della quale sussistono profonde divergenze di opinione.
C'è chi ritiene, infatti, che lo studio sistematico delle metodologie, purché si concluda con una applicazione, anche una sola, ma esauriente di uno specifico problema concreto, dia la migliore
formazione ad un giovane da avviare alla professione, quanto meno nell'area della Scienza dei sistemi. Altri (ed io sono fra questi) ritengono invece che l'assimilazione di concetti fisici e di métodi matematici generali e flessibili, quale è necessaria alla professione dell'Ingegnere in una qualsiasi delle sue molteplici articolazioni, possa ottenersi solo con un prolungato allenamento alla loro utilizzazione su una gamma ragionevolmente ampia di discipline applicative; ritengono cioè che l'apprendimento delle metodologie, perché possa trasformarsi in effettiva capacità di far ne uso, debba avere luogo parallelamente allo sforzo di penetrare problemi concreti di natura sufficientemente diversificata e che tale sforzo di applicazione (in particolare lo sforzo di cogliere gli aspetti comuni di problemi diversi) sia il momento più importante nel processo di formazione di un giovane ingegnere.
Qualunque cosa succeda dell'ipotizzato corso di laurea in Ingegneria informatica e sistemistica, non credo affatto che al corso di laurea in Ingegneria elettronica si dovrà mai attribuire un compito di formazione puramente tecnologica, che sarebbe a mio parere iattura non minore di quella di limitarne il compito ad una formazione puramente metodologica. Infatti è solo una equilibrata compenetrazione dei due aspetti formativi che possono ottenersi ingegneri elettronici preparati agli ardui compiti che li attendono.

F. Carassa - Ancorché vi possa essere una crisi di adattamento dell'ingegneria elettronica al vertiginoso progresso delle proprie tecnologie di «hardware» e di «software», credo che la crisi vera, quella che dà luogo ad incomprensioni ed a proposte divergenti, sia più che altro dovuta alla diffusione, verso tutti i campi dell'ingegneria (ed anche verso campi non ingegneristici) di metodologie, tecnologie e prodotti sviluppati nell'ambito dell'ingegneria elettronica. Se è vero questo la crisi di cui si parla è un problema non degli elettronici, ma degli ingegneri in generale e di esso si deve discutere non a livello dei consigli di corso di laurea, ma a livello della facoltà d'ingegneria nel suo complesso.
Incominciamo dalle metodologie, limitandoci a quelle più vicine al tema in discussione, ossia a quelle che vengono raggruppate nella Teoria dei sistemi. Non v'è dubbio che l'ingegneria elettronica abbia prodotto sistemi estremamente complessi (la rete mondiale di telecomunicazioni ne è un esempio rilevante): per analizzare e dominare questi sistemi complessi sono state e sono sviluppate metodologie, che consentono sempre più un efficace «approccio sistemistico» applicabile a problemi dell'ingegneria in generale. L'utilità di questo approccio è legata non solo al fatto che si costruiscono sistemi complessi, ma anche al fatto che sistemi complessi esistenti possono essere affrontati e ottimizzati con una visione globale. Ritengo perciò necessario che la teoria dei sistemi trovi posto adeguato in tutti i corsi di laurea in ingegneria e in ciascuno d'essi fruisca dì esempi di applicazione specifica, utilizzando competenze specifiche. Non vedo invece un'ingegneria sistemistica a sé stante, ossia un'ingegneria essenzialmente metodologica. E neppure vedo ragioni per una sua particolare associazione a una eventuale ingegneria informatica, su cui esprimerò qualche valutazione nel seguito della discussione.
Quale caratterizzazione dovrebbe avere la citata nuova laurea proposta nei riguardi del corso di laurea in Scienza dell'informazione già esistente nelle Facoltà di Scienze di varie Università (Pisa, Bari, Salerno, Torino, Milano, Udine, ...)?

E. De Castro - Se la finalità del corso di laurea proposto, come ritengo, va inquadrata nella Scienza dei Sistemi, che è nettamente distinta dalla finalità essenzialmente informatica del corso di laurea in «Scienza dell'informazione» di talune Facoltà di scienze, il confronto non si pone.
Ritengo inoltre che il corso di laurea in «Scienza dell'informazione» abbia una sua precisa ed utile connotazione, distinta da quella dei corsi di laurea in «Ingegneria elettronica» con indirizzi informatico delle Facoltà di ingegneria. Basti pensare da un lato alle attività di costruzione o di installazione di
sistemi per l'elaborazione delle informazioni, le quali richiedono una seria conoscenza dei fenomeni elettrici, elettronici, termici e meccanici; d'altro lato al progetto di un nuovo linguaggio di programmazione, cui è forse più congeniale una mentalità allenata ai concetti dell'Algebra astratta. Mi sembra pure che i due suddetti corsi di laurea, in Ingegneria elettronica con indirizzo informatico ed in Scienza dell'informazione, siano sufficienti a coprire ogni ragionevole esigenza dell'area informatica ed abbiano il pregio di raccogliere energie e di dare opportunità occupazionali ad una vasta cerchia di giovani appartenenti alle due diverse Facoltà universitarie.
È noto infine che, con una conveniente utilizzazione degli ampi gradi di libertà consentiti nella strutturazione dei piani di studio individuali, uno studente di Ingegneria elettronica può orientare il proprio curriculum in modo particolarmente marcato verso l'Informatica, col risultato di acquisire una preparazione non molto diversa da quella di un giovane che si laurei in Scienza dell'informazione, e viceversa; si spiega così l'intercambiabilità dei due tipi di laureati in una larga fascia di attività professionali del settore informatico. Il che non guasta.

F. Carassa - Lascio la risposta a chi propone la nuova laurea.

E. Biondi - Ricollegandomi a quanto detto alla fine del mio precedente intervento, la nuova laurea deve formare ancora degli ingegneri, traguardo che evidentemente non si pone la laurea in Scienza dell'informazione. Pur con le ovvie differenze dovute ai due diversi livelli di corsi e quindi soltanto al fine di delimitare l'area culturale e professionale dei corrispondenti curricula, forse quest'ultima laurea potrebbe trovare un paragone in un «Corso diretto a fini speciali» (vedi D.P .R. n. 182) dedicato alla preparazione di ingegneri diplomati (non laureati) in informatica; si noti che questa figura professionale è molto richiesta nel mondo del lavoro. A proposito poi di una temuta «concorrenza» della laurea in Scienza dell'informazione, si vuole sottolineare che un'eventuale laurea dal titolo «Ingegneria Informatica» sarebbe recepita forse dal mondo esterno come quella che fornisce la preparazione relativa all'«hardware», tenuto conto dell'immagine tradizionale dell'ingegnere inteso come progettista di «oggetti fisici».
L'aggiunta dell'ingegneria sistemistica nel titolo dimostrerebbe invece in modo inequivocabile che si intende anche preparare gli studenti all'uso dei calcolatori, vuoi come programmazione, vuoi come impiego delle metodologie che stanno a monte della preparazione di qualsiasi lavoro di «software»: analisi del sistema in studio, sua identificazione, ottimizzazione e cosi via.
Credo poi che a tutti siano noti esempi di sprechi di risorse ogni qualvolta si sia seguita la politica dell'«informatica ad ogni costo», non preceduta da una approfondita analisi delle varie applicazioni, analisi che è in generale proprio il compito dell'ingegnere sistemista.

A. Ruberti - La laurea in Ingegneria sistemistica e informatica, dovrà essere caratterizzata da una formazione multidisciplinare verso la progettazione e o la gestione dei sistemi di automazione e le loro applicazioni.

A.R. Meo - Il corso di laurea in Scienza dell'informazione risponde prevalentemente alle esigenze di produzione del software, soprattutto nell'area tradizionale dell'EDP. È un'esigenza quantitativamente molto rilevante, alla quale si è risposto, come è nelle tradizioni del nostro Paese, con notevole ritardo.
Essendosi correttamente deciso, a mio giudizio, di contenere il corso di laurea in quattro anni di insegnamento articolati su diciannove esami, i programmi non prevedono un approfondimento dello studio dell'hardware, che viene limitato ai soli aspetti funzionali. Il corso di laurea in Ingegneria informatica e sistemistica risponderebbe invece ad esigenze più recenti, per il momento forse quantitativamente meno significative, ma certamente destinate a un grandissimo sviluppo. Occorre in primo luogo produrre progettisti di sistemi di elaborazione numerica, dotati di
un'ampia cultura tecnica nel settore, che spazi dalla progettazione logico-elettronica al disegno del sistema operativo, dalla scelta delle interfacce allo sviluppo dei linguaggi, in una frase: dall'hardware più duro al software più soffice, perché solo un'armonica concezione di tutte le componenti del sistema di elaborazione ne garantirà il successo industriale.
Occorre in secondo luogo formare laureati con una solida cultura ingegneristica, che siano in grado di sviluppare il progetto integrato di un sistema complesso come quelli sui quali si aprirà la grande sfida degli anni '80. Il fatturato dell'informatica del microprocessore ha superato nel 1982 il fatturato della grande informatica. Essa sta rivoluzionando quasi tutti i prodotti industriali, dall'automobile all'elettrodomestico, dalla macchina da cucire al giocattolo, che, animati da un nucleo intelligente, divengono più ricchi di prestazioni e meno costosi. Essa sta anche rivoluzionando gli stessi processi produttivi, incrementando la produttività di molti comparti dell'apparato produttivo.
Il microprocessore è un esempio di componente che nei corsi di laurea in scienza dell'informazione non può essere studiato a fondo per mancanza di tempo, e dovrà invece essere approfondito nel nuovo corso di laurea.

L. Dadda - Qualsiasi iniziativa venga presa nelle Facoltà di ingegneria nel campo dell'informatica, dovrebbe caratterizzarsi nei confronti del corso di laurea in Scienza dell'informazione, sulla base di alcuni principi generali che riguardano tutti i campi e non solo l'informatica.
Il ruolo delle Facoltà di ingegneria è di formare ingegneri. Cioè persone capaci di produrre tecnologia e di applicar la in modo creativo. Di qui la mentalità «progettista» che caratterizza l'ingegnere. E che va intesa come applicabile sia a dispositivi, sia a macchine, sia ad impianti o sistemi. Di qui la conoscenza approfondita (al livello di saper risolvere problemi anche nuovi ed in modo innovativo) delle discipline ingegneristiche di base nonché la necessaria specializzazione che lo rende padrone di almeno una delle tecnologie e dei problemi delle sue applicazioni.
Il ruolo delle Facoltà di scienze è quello di formare sia docenti per la scuola secondaria sia professionisti specializzati nei vari settori (fisici, matematici, geologi, biologi) per le esigenze di laboratori e industrie. Tali caratteri sono distintivi delle due facoltà anche nel particolare settore della informatica. Anche prescindendo dalla denominazione dei corsi di laurea, l'ingegnere specializzato in informatica sarà, innanzitutto, un ingegnere corredato di una formazione scientifica e ingegneristica di base. Egli, inoltre, oltre ad una conoscenza approfondita dei principi scientifici delle materie informatiche, ne avrà una conoscenza applicativa di tipo ingegneristico, che lo renderà capace di progettare, costruire e gestire impianti (nel gergo particolare chiamati sistemi) informatici.
Una particolarità dell'informatica rispetto ad altri campi ingegneristici è il logicale (software), che, nonostante la sua natura anomala rispetto a tutte le altre tecnologie (non è basata, come queste, su particolari fenomeni fisici) ne ha tutti gli altri caratteri. Incluso quello che attende alla progettazione e realizzazione di grandi e complessi sistemi logicali, da realizzarsi con metodologie appropriate, che devono coprire anche gli aspetti manageriali e di manutenzione, oltre quelli economici che mettono in evidenza la esigenza di un approccio tipicamente ingegneristico (si parla infatti di «fabbrica del software»).
Si aggiunge poi il fatto che nella costruzione di grandi sistemi tecnologici (per es. centrali di commutazione telefonica) è ormai prevalente il costo del logicale rispetto a tutti gli altri. A questo proposito tengo a ribadire il concetto che il software è, oramai, universalmente conosciuto come una vera e propria tecnologia (da qui, oltre all'ingegneria del software, la «fabbrica del software» il suo controllo di qualità, ecc.).
L'ingegneria del software usa le metodologie sistemistiche come qualsiasi altra ingegneria di tipo tradizionale. Inoltre, l'ingegnere «sistemista» (frequentemente richiesto anche nelle offerte di lavoro) è,
più precisamente, un ingegnere informatico a pieno titolo e nel senso da me illustrato, e non nell'accezione data a tale dizione da altri interventi, in cui si tende ad identificare, secondo me con una certa confusione terminologica, software e ingegneria del software con sistemistica e ingegneria dei sistemi.
In alcuni ambienti industriali e professionali abbiamo raccolto alcune perplessità sull'opportunità e validità culturale di una separazione, a livello di corso di laurea, fra informatica e telecomunicazioni e più in generale, fra informatica ed elettronica tutta, in un momento in cui si assiste ad una sempre maggiore integrazione tra queste aree culturali nel mondo del lavoro. Le stesse perplessità erano state avanzate nel corso della citata tavola rotonda di Bologna da alcuni docenti, a nome anche di molti colleghi delle aree tradizionali dell'elettronica. Cosa pensate di questi dubbi? Sono fondati o non derivano da un equivoco, da un modo tradizionalista e conservatore di considerare tali aree, e cioè dall'ostinarsi a considerare come aree elettroniche e telecomunicazionistiche aree che non sono ormai più tali?

A. Ruberti - L'informatica e la sistemistica non interessano solo l'elettronica sul piano professionale ed industriale e non solo l'ingegneria. Mi pare che occorra tenerne conto.
Basta pensare alla crisi di reperimento di professionalità idonee alla automazione amministrativa (particolarmente grave nel settore pubblico) a quella dei servizi in genere ed anche all'automazione industriale. Sul piano culturale mi pare basti verificare quanto poco di campistica, componentistica ecc. occorra sapere per leggere, ad esempio, riviste internazionali di informatica; perfino le Transactions on Computers e le Transactions on Software Engineering dell'IEEE, per non parlare delle altre.
Circa i dubbi di autorevoli colleghi delle aree elettroniche «tradizionali», mi pare che se l'informatica o la sistemistica fossero state da loro giudicate cosi importanti per le proprie discipline e per gli indirizzi che li interessano, questo avrebbe potuto e dovuto essere meglio manifestato sia nei piani di studio consigliati agli studenti, sia, soprattutto, favorendo la formazione di nuovi docenti e riceratori in tal campo.
Chi ha fatto questo in Italia? L'azione di promozione dell'informatica nelle facoltà di ingegneria è stata fatta da professori di elettronica o non, piuttosto, da professori di elettrotecnica, di controlli automatici, ecc? Nelle Facoltà di scienze verso la fine degli anni sessanta si è riconosciuta l'autonomia culturale dell'informatica rispetto alla matematica ed alla logica, che con l'informatica hanno legami ovvi e robusti. Siamo nell'83: occorre che passi molto altro tempo perché analogo riconoscimento avvenga anche nelle Facoltà di ingegneria?

A.R. Meo - Riconosco che sarebbe inopportuna e dannosa sul piano culturale una netta separazione tra informatica ed elettronica. Io ritengo che gli insegnamenti di base dell'elettronica debbano essere obbligatori nel nuovo corso di laurea, in quanto l'elettronica fornisce i fondamenti tecnologici all'informatica e alla sistemistica.
Riconosco anche che la nuova rivoluzione industriale alla quale stiamo assistendo è determinata dallo sviluppo della teleinformatica, ossia delle applicazioni congiunte dell'informatica e delle telecomunicazioni. Occorre tuttavia rinunciare a molti insegnamenti tradizionali dell'area delle comunicazioni (ovviamente, non a tutti) per lasciare lo spazio necessario ad un approfondimento delle nuove aree. Comunque ritengo che un indirizzo del nuovo corso di laurea dovrebbe approfondire lo studio delle applicazioni congiunte delle tecnologie dell'informatica e delle comunicazioni, e dei
relativi servizi telematici.

F. Carassa - Mi piacerebbe che parole come «tradizionale» e «conservatore» stessero al di fuori della nostra discussione: ho sentito, nel dibattito in corso, chiamare «tradizionale» l'elettronica in senso stretto e poi passare dall'aggettivo tradizionale all'aggettivo «conservatore». Ma in tutta l'elettronica non vi è conservazione in nessun senso: se prendo ad esempio il settore delle telecomunicazioni, in cui ho maggiormente lavorato, che cosa vi sarà di conservato nei prossimi quindici-venti anni rispetto ai venti anni passati? Nulla, all'infuori di competenze sistemistiche generali e di conoscenze e teorie di base.
Ma vengo alla domanda ed alla mia risposta nei riguardi di una eventuale ingegneria informatica. Vorrei fare riferimento ad una distinzione schematica fra tre tipi di ingegneri che sono vicini alla nostra discussione: a) l'ingegnere che deve progettare e produrre macchine e sistemi elettronici; b) l'ingegnere che deve applicare a problemi vari macchine elettroniche programmabili d'uso generale, progettando eventualmente la configurazione di sistema ossia l'assiemaggio più opportuno delle macchine disponibili; c) l'ingegnere che, in prodotti dell'ingegneria non elettronica (per esempio meccanica), deve introdurre sottosistemi elettronici.
Incomincio dall'ingegnere a) che mi è più familiare e a cui è affidato un ruolo determinante per lo sviluppo nel nostro Paese di un settore industriale avanzato come quello elettronico. Egli ha a sua disposizione due tipi di tecnologie di base: quelle «hardware» che comprendono tra l'altro la microelettronica, i mezzi di registrazione e di memoria, i nuovi mezzi trasmissivi (satelliti e fibre ottiche), ecc., e quelle «software», che ormai è giusto chiamare tecnologie poiché in grado anche da sole di generare prodotti.
L'hardware, e in particolare la microelettronica: non è più dominabile senza software e addirittura contiene esso stesso del software; il software è il cuore dei sistemi programmabili ed ha anch'esso, per sua parte, profonde interazioni con l'hardware, in relazione al fatto che l'architettura dei sistemi programmabili è fortemente influenzata dalle tecnologie hardware disponibili; vi sono poi funzioni che vengono attuate in hardware o in software a seconda dell'opportunità. A me pare dunque che, per ciò che riguarda la costruzione delle macchine elettroniche, sia assurdo e antistorico separare l'hardware dal software, che devono invece far parte della stessa cultura. E mi pare altrettanto assurdo pensare a distinti corsi di laurea per macchine per il calcolo, per macchine per le telecomunicazioni, per la strumentazione e così via, anche perché non so come si riuscirebbe a tracciare i confini in un ambiente che ne unifica sempre più le basi di impostazione e le tecnologie. Esistono ovvie differenzi azioni fra chi si occupa di apparati strettamente numerici ad alta programmabilità (calcolatori, autocommutatori, ecc.) e chi si occupa di apparati per la trasmissione a microonde o ottica di segnali numerici; ma di ciò si può tener conto con indirizzi specialistici in uno stesso corso di laurea.
Se si passa agli ingegneri di tipo b) e c), molto importanti anch'essi sotto altri punti di vista e sempre più richiesti, siamo nuovamente di fronte ad aspetti riguardanti la diffusione di prodotti e tecnologie dell'elettronica verso campi diversi. Per l'ingegnere di tipo b), ci si può domandare: vogliamo attribuire i suoi compiti a un ingegnere elettronico con una particolare specialità, oppure a una figura professionale a se stante, eventualmente ricorrendo per i problemi di pura produzione di software a un ingegnere di primo livello (3-4 anni)? Oppure ancora, almeno a lungo termine,vogliamo prevedere che questi compiti, o parte di essi, siano attribuiti fin che possibile agli ingegneri di settori applicativi interessati (ad esempio ingegneria della gestione)? E, per l'ingegnere di tipo c), vogliamo che egli sia sempre un elettronico anche a lungo termine, oppure vogliamo che, entro certi limiti, si occupi di questi problemi l'ingegnere del settore non elettronico interessato? Ecco ancora dei problemi da discutere dalle Facoltà. Ma, qualunque sia la risposta a questi problemi, non mi pare che essa possa intaccare la necessità, sempre crescente nell'attuale periodo di sviluppo tecnologico, che si dia una visione unitaria,
sviluppata in un singolo corso di laurea, dei problemi relativi alla costruzione di macchine e sistemi elettronici.

E. De Castro - La realtà delle cose è innanzi a tutti noi e mostra quanto la progettazione, la fabbricazione ed il collaudo delle apparecchiature elettroniche, non meno della progettazione e dell'esercizio degli impianti di telecomunicazione, facciano uso sempre più largo delle metodologie informatiche. È quindi ovvio che l'elettronica si è già arricchita di tali metodologie, mentre sarebbe ingenuo credere che un professionista esperto di informatica, ma a digiuno di elettronica o di comunicazioni elettriche, possa progettare circuiti integrati, ponti radio, linee di trasmissione o centrali di commutazione telefonica, oppure occuparsi della gestione di una grande rete di telecomunicazioni.
L'ingegnere elettronico di qualsiasi orientamento professionale deve dunque possedere una solida preparazione in campo informatico sia per farne uso personalmente, sia per essere in grado di indirizzare ed utilizzare la collaborazione di altri specialisti di informatica nella risoluzione dei problemi che la richiedono. E non si tratta di un auspicio per il futuro, ma di una affermazione per il presente: le Università che non si fossero mosse in questo senso già da parecchi anni, avrebbero commesso un grave errore.

E. Biondi - Vedo delle effettive difficoltà a separare l'elettronica dalla informatica, in termini di gestione delle risorse rivolte alla didattica. Vedo sorgere analoghe difficoltà anche per le Telecomunicazioni, per l'Automazione dei processi industriali e per la Bioingegneria. Si tenga però presente che queste difficoltà possono essere superate con la buona volontà di tutti e comunque sono dello stesso tipo di quelle già esistenti nelle sedi dove l'attività di ricerca nella «elettronica allargata» si svolge in più di un dipartimento.
I problemi vanno visti sede con sede e non vi è qui lo spazio per un approfondimento a carattere generale. Comunque, a mio parere, i vantaggi offerti dall'istituzione della nuova laurea sono di gran lunga superiori ad eventuali inconvenienti che potranno sorgere nella gestione di risorse provenienti da fonti diverse e che in parte ricoprino le stesse aree culturali.

L. Dadda - Come ho già detto, la proposta per un corso di laurea in Ingegneria informatica e sistemistica è il frutto di un processo avvenuto nelle università italiane che si è sviluppato come si è sviluppato per ragioni storiche peculiari al nostro paese. Le proposte di aggiornamento dei curricula scolastici devono certamente soddisfare le situazioni storiche nazionali, ma ciò non è sufficiente. Esse devono altresì cercare di dare soluzione non a problemi singoli anche se importanti, ma all'insieme dei problemi, con i necessari compromessi e approssimazioni (è ciò che si chiama approccio sistemistico).
Inoltre, esse devono anche tendere ad individuare la linea di tendenza dell'evoluzione, e non soltanto le linee evolutive del passato. Ciò è di particolare rilevanza nel caso dell'elettronica, che ha subito nel recente passato alcuni mutamenti che non è esagerato definire rivoluzionari, ma che, soprattutto, è in procinto di subirne più incisivi, ed in tempi brevi. Ciò pone gravi problemi a tutta la società, in particolare all'industria che si prepara ad una mutazione in risposta ad una rivoluzione generata dall'elettronica e che è tanto importante da essere individuata come la seconda rivoluzione industriale. Anche più arduo è il processo di adeguamento che dovrà subire la scuola. Per non correre il rischio di inseguire con curricula già vecchi nel momento della definizione, e tenuto conto delle lente e rigide procedure legislative, è necessario che gli adeguamenti siano ispirati a motivazioni culturali profonde e di lunga durata. E ciò senza ledere i principi generali dell'educazione ingegneristica (e ciò non per supina accettazione, ma perché essi vengono ancora riconosciuti validi nelle nuove circostanze). L'esame panoramico dell'evoluzione tecnologica in atto, esame in cui si sono peraltro esercitati gruppi
di studiosi e di programmatori nei vari paesi che oggi si trovano all'avanguardia, indicano con sorprendente unanimità nell'informazione l'elemento caratterizzante della seconda rivoluzione industriale e sociale in atto. Informazione intesa, ovviamente non nel mero senso dei mass media, ma come espressione delle interazioni tra uomini e tra paesi, cioè come espressione di cultura e conoscenza.
La tecnologia dell'informazione è, di conseguenza, la tecnologia chiave di questa era. La tecnologia dell'informazione non può, peraltro, essere identificata con la sola informatica, che comunque ne è la parte più nuova e caratteristica. Tutte le tecnologie che attengono alle varie fasi di elaborazione dell'informazione sono parti essenziali della tecnologia dell'informazione: le telecomunicazioni sono la componente più antica e sviluppata, ma elettronica, informatica, telematica, controlli automatici, burotica, i vari mezzi di diffusione, ecc. sono denominazioni parziali, spesso quasi sinonimi o sovrapponentesi, ma che insieme definiscono la nuova tecnologia. Tecnologia che è in gran parte da sviluppare, che è soprattutto da ottenere per integrazione e fusione di quelle già esistenti, processo che richiede perciò un enorme lavoro creativo per i prossimi decenni. Sembra tutto questo un obiettivo sufficientemente ampio per caratterizzare un nuovo curriculum che si proponga, pur con le inevitabili continue mutazioni prevedibili, di mantenere nel tempo una sufficiente stabilità culturale, e che possa soprattutto contribuire allo sviluppo industriale e sociale in modo efficace e adeguato ai tempi. Se si accettano tali conclusioni appare chiaro che non si tratta tanto di discutere sulla maggiore o minore modernità delle proposte che privilegiano l'informatica e la sistemistica piuttosto che quelle che accentuano le telecomunicazioni e l'elettronica, quanto di individuare il quadro culturale capace di integrare i multiformi e mutevoli aspetti del settore.
Quali motivi spingono a voler costituire, con la nuova laurea proposta, una figura professionale particolare a sé stante, basata sul grande contributo dato all'ingegneria dallo sviluppo delle metodologie sistemistiche? Non dovrebbero esse venire ormai considerate e utilizzate come un patrimonio comune di tutte le figure professionali dell’ingegneria?

F. Carassa - Ho già espresso il mio parere, rispondendo alla prima domanda.

E. De Castro - Ho già risposto trattando gli argomenti della prima domanda.

A.R. Meo - Anch'io temo che la figura tradizionale dell'ingegnere sistemista puro non avrebbe grande successo sul mercato del lavoro italiano. Sono invece molto ottimista, per le ragioni che ho esposto nella risposta alla prima domanda, sull'importanza di una professionalità basata su competenze congiunte di informatica e sistemistica. Ovviamente, convengo che le metodologie sistemistiche dovranno essere considerate come un patrimonio comune di tutte le figure professionali dell'ingegneria.

E. Biondi - Occorre una volta per tutte avere le idee chiare sul seguente punto. Esistono due distinte problematiche: una è quella della diffusione di metodologie sistemistiche in tutti i corsi di laurea (analogamente all'informatica), l'altra è quella di formare persone aventi una forte e specifica preparazione per l'analisi ed il progetto, eventualmente assistito dal calcolatore, di sistemi complessi. Non è escluso peraltro che si possa prevedere la possibilità di preparare anche pochi studenti come «metodologhi puri»; per esempio nella proposta formulata circa 10 anni fa al Politecnico di Milano, si prevedeva un indirizzo «matematico», costituendo cosi un ponte fra ingegneri e matematici. Però la maggior parte degli studenti ad indirizzo sistemistico della nuova laurea, sfruttando la loro
preparazione di base metodologica ed informatica, dovrebbero cimentarsi ad apprendere ed affrontare anche le problematiche di un settore applicativo da scegliere per esempio fra i seguenti: Ambiente e Territorio, Automazione dei processi industriali, Bioingegneria, Economia ed Organizzazione aziendale.

A. Ruberti - La stessa domanda potrebbe essere fatta per l'elettrotecnica o la meccanica, che interessano tutti i corsi di laurea di ingegneria e per le quali esistono corsi di laurea specifici.
E la necessità di una precisa caratterizzazione professionale mi pare ovvia (specie quando il titolo di studio ha valore legale) e ormai riconosciuta generalmente. Il fatto che nelle Facoltà di ingegneria gli insegnamenti di informatica e di sistemistica si siano sviluppati prevalentemente nei corsi di laurea di elettronica, non mi pare autorizzi a considerare tali discipline parte di quelle elettroniche. Tanto è vero che si sono sviluppate anche in altri contesti. Né è detto che nel futuro informatica e sistemistica non possono separarsi cosi come l'elettronica si è separata dalla elettrotecnica o come le stesse discipline della «elettronica tradizionale» potrebbero mutuamente separarsi nel futuro qualora si manifestasse una indipendenza culturale fra di esse. Né vale il richiamo a istituzioni (americane o altre) che operano in un contesto profondamente diverso in cui, tra l'altro, non ci sia distinzione fra elettrotecnica ed elettronica.

L. Dadda - Una laurea in Ingegneria informatica e sistemistica creerebbe una figura di ingegnere del tutto anomala rispetto alle altre, cioè una figura professionale a sé stante.
Da una parte infatti si verrebbe a creare un informatico, cioè un tecnologo in un settore in grande evoluzione, che utilizzi in realtà molte sofisticate tecnologie fisiche e, in più, è caratterizzato dalla tecnologia del logicale. Dall'altra egli dovrebbe essere un sistemista cioè uno specialista della concezione ed organizzazione di sistemi di natura indeterminata.
La ragione principale addotta per tale combinazione di specialità è che i sistemi, generalmente molto complessi, richiedono l'informatica come strumento essenziale per il loro controllo. Su tale soluzione si possono fare le seguenti osservazioni. Innanzi tutto, i sistemi informatici sono essi stessi sistemi (secondo il gergo tradizionale si potrebbero dire impianti) di grande complessità e di tipo nuovo. Occorre una specifica competenza per progettarli, ed è di fatto nata una nuova specializzazione tipicamente ingegneristica: nel gergo lo specialista è chiamato sistemista o ingegnere dei sistemi (informatici). È molto banale mettere in guardia dalla generalizzazione del termine «sistemi» ma forse vale la pena di farlo.
Nelle facoltà di ingegneria che hanno voluto farlo, un considerevole numero di corsi è stato attuato che permette già oggi di formare un ingegnere elettronico indirizzato alla progettazione di sistemi informatici. In secondo luogo, ci si deve porre chiaramente la domanda se sia accettabile un ingegnere puramente sistemista, cioè specializzato in sistemi di natura indeterminata. Ciò non ha nulla a che fare con la informatica che produce sistemi tecnologicamente ed in senso lato, cioè incluso il logicale, ben determinati. Non è questione da poco, ed è questione di natura molto diversa dalla introduzione di un nuovo tipo di ingegneria che risponda alla nascita ed affermazione di una nuova tecnologia (è il caso del nucleare, dell'elettronica, e per quanto detto dell'informatica) o alla grande rilevanza assunta dai sistemi concreti di natura concreta (è il caso dell'ingegneria per la difesa del territorio e per la pianificazione territoriale e di quella di tecnologie industriali). Una ingegneria sistemistica indeterminata è a parere di molti, una contraddizione in termini. A meno di intenderla con contenuti quali quelli proposti per una preconizzata ingegneria economico-organizzativa, che pure si stacca sensibilmente dalla concezione tradizionale dell'ingegneria come determinata da una tecnologia, ma che conserva comunque grande concretezza.
Con ciò non si vuole disconoscere la enorme importanza delle metodologie sistemistiche, con le quali l'ingegneria in generale ha imparato a risolvere quello che certamente è stato ed è l'aspetto distintivo dell'ingegneria di questa seconda metà del secolo, e cioè la estensione e la complessità delle realizzazioni ingegneristiche.
Ma tale carattere è comune a tutte le ingegnerie: esistono complessi sistemi chimici, meccanici, elettrici, energetici, elettronici, ecc. È da molti non ammessa la possibilità che l'aspetto «complessità» possa essere considerato come un comune denominatore affidato ad un ingegnere: se tale persona esiste, essa agirebbe sostanzialmente in modo analogo ad un matematico (importante funzione e degnissima professione, comunque non assimilabile ad un ingegnere).
La formazione sistemistica deve pertanto considerarsi con il carattere di funzione di base, comune a tutti i curricula ingegneristici. È importante notare, ed è ormai comunemente ammesso, che anche l'informatica è materia di base per tutte le ingegnerie: l'informatica è, però, anche una ingegneria a sé stante, per quanto detto prima.

Ma i problemi di fondo, emersi dianzi nella discussione, che spingono alla proposta di questa nuova laurea, non potrebbero trovare altre soluzioni alternative? Soluzioni, cioè, che consentono di risolvere non solo i problemi che travagliano il mondo dei docenti di ingegneria informatica, ma anche le evoluzioni profonde che stanno trasformando le figure professionali dell'elettronica tutta?; Se la nuova laurea in Ingegneria informatica e sistemistica venisse poi attuata, vi sembra che essa risolva tutti i problemi odierni o del prossimo futuro, che venga incontro a tutte le nuove figure professionali, che si vanno rendendo necessarie, ovvero che occorra fare qualcosa di più, ad esempio prevedere anche una rifondazione dell'attuale laurea in Ingegneria elettronica? Come vedete il problema? Quali proposte più generali pensate che possano o debbano essere oggi avanzate al riguardo?

E. De Castro - Anche a questa domanda ho già praticamente risposto trattando gli argomenti della domanda n. 1. Mi limiterò perciò ad alcuni ulteriori commenti: in un Paese come gli Stati Uniti, dove un gigantesco mercato del lavoro ed una eccezionale mobilità degli addetti offrono opportunità occupazionali praticamente in qualsiasi settore, l'istituzione di nuove figure professionali (regolate per di più da severe limitazioni agli accessi e da una grande flessibilità nel sopprimere non meno che nel creare nuovi organismi) può farsi senza preoccupazioni. Nel nostro Paese, dove nessuna limitazione numerica è consentita e dove ogni iniziativa crea costose strutture non più sopprimibili, occorre estrema cautela. Quanto meno è necessario definire senza ombra di ambiguità la figura che si vuole istituire, specificando con ragionevole dettaglio i contenuti del corso di laurea (insegnamento per insegnamento), e quindi stabilire, con una vera e propria ricerca di mercato, quali ne siano le concrete prospettive occupazionali.
Personalmente, per ragioni di ordine culturale e per esperienza professionale, prediligo di gran lunga le figure flessibili, quale è quella dell'ingegnere elettronico orientato verso l'Informatica, o verso le Telecomunicazioni, o verso la Scienza dei sistemi, o verso la Microelettronica. Ciò che importa è che i relativi piani di studio evolvano in modo da seguire (ed entro certi limiti anticipare) le esigenze della realtà professionale, prima fra tutte quella dell'aggiornamento culturale. Del resto sono persuaso che oltre venti anni addietro, quando venne istituito il corso di laurea in Ingegneria elettronica, avremmo fatto meglio, invece di creare una nuova laurea, ad articolare quella esistente in Elettrotecnica con gli indirizzi di «Power Engineering», «Communication Engineering», «Computer Science», «System Engineering» (ed ora sarebbe necessario aggiungere «Microelectronics»), ciascuno dotato di ampie libertà, ma anche di ragionevoli vincoli. Credo infatti che nessun danno sarebbe derivato alle attività di formazione professionale degli allievi elettronici, mentre una più stretta interazione fra i docenti dei diversi settori, agevolata da appropriate strutture dipartimentali, avrebbe portato ad un migliore equilibrio globale, ad un più efficace stimolo della ricerca interdisciplinare e, cosa da non trascurare, a minori costi, che avrebbero consentito di stanziare, per il finanziamento delle ricerche, una maggiore quota delle risorse disponibili.
Francamente non credo proprio che la nuova laurea in Ingegneria informatica e sistemistica, come del resto nessun'altra, possa risolvere «tutti i problemi odierni o del prossimo futuro, ecc, ...». Una tale soluzione dei problemi non esiste anche perché le esigenze del mondo del lavoro sono molteplici, variegate, non sempre chiaramente individuabili e l'Università può dare ad esse soltanto il contributo di una appropriata formazione culturale di base dei futuri professionisti.
Nella definizione di un corso di laurea occorre necessariamente trovare soluzioni di compromesso fra esigenze contrastanti di formazione e di specializzazione, onde coprire una certa area ragionevolmente ampia, affidando alle capacità del singolo il compito di orientarsi e adattarsi alle particolari situazioni in cui si troverà ad operare, sfruttando al meglio la preparazione di cui l'Università lo ha provvisto e completandola là dove risultasse carente.
Le soluzioni di compromesso vanno cercate con opportuni criteri, che non sono assoluti, ma devono tenere conto delle realtà del Paese e del momento in cui ci si trova. La mia personale opinione, favorevole a figure professionali piuttosto flessibili, dovrebbe risultare chiara dalle risposte date alle domande precedenti.

E. Biondi - Circa l'eventualità di dover creare altre soluzioni, pur dichiarando la mia netta preferenza verso l'introduzione della nuova laurea, come alternativa vedo quella di «legittimare» le diverse e nuove figure professionali, cambiando il nome della attuale laurea di Ingegneria elettronica in Ingegneria elettronica, informatica e sistemistica, organizzata in diverse sezioni o indirizzi (ancora il discorso sarebbe lungo, volendo entrare nei dettagli). Dovrà cioè essere chiaro che, per esempio, il laureato dell'indirizzo «Ingegneria economico-organizzativa» dovrà conoscere i sistemi per l'elaborazione delle informazioni, ma potrà essere del tutto digiuno di circuiti elettronici. Questa chiarezza non sarebbe ottenuta con la soluzione alternativa di lasciare il solo nome di Elettronica e suddividendo il corso di laurea in sezioni, soluzione che è stata da qualcuno avanzata come altra alternativa alla soluzione di introdurre la nuova laurea.
Una volta sottolineato che la nuova laurea giunge già in ritardo rispetto alle aspettative del mondo esterno, la sua attuazione oggi lascerebbe aperte le problematiche riguardanti la Bioingegneria e l'Ingegneria economico-organizzativa, considerando i contenuti che hanno queste discipline che necessitano una preparazione di base che va oltre ai confini delle Facoltà di ingegneria. Mentre lo studio circa la realizzazione della seconda può avere anche subito inizio, nei riguardi della Bioingegneria è necessario che prima cambino le condizioni al contorno, cioè si sia deciso nelle opportune sedi circa la necessità di creare servizi di bioingegneria in tutti gli ospedali di una determinate dimensione, cosi come avviene in tutti i paesi civili ed industrializzati. Comunque ritengo che il pensare a queste nuove lauree sia una fuga in avanti rispetto alla necessità di realizzare il più presto possibile la laurea in Ingegneria informatica e sistemistica.

A.R. Meo - Non escludo che esistono altre risposte alle urgenti esigenze della nostra industria. Affermo tuttavia che le nuove discipline, e l'informatica in particolare, sono troppo vaste e importanti sul piano professionale per poter essere contenute in un paio di corsi. Ed escludo categoricamente che i pastrocchi all'italiana basati sulla leggina della liberalizzazione dei piani di studio costituiscano una soluzione ragionevole.
Sicuramente l'istituzione del corso di laurea in Ingegneria informatica e sistemistica non risolverebbe tutti i problemi. A mio giudizio tutti i corsi di laurea in ingegneria e in modo particolare il
corso di laurea in ingegneria elettronica, dovranno essere rifondati. La rifondazione dovrà prevedere un approfondimento delle metodologie sistemistiche e soprattutto della cultura delle tecnologie informatiche nei loro vari aspetti, dall'hardware al software.

F. Carassa - Vorrei fare alcune considerazioni: - in questioni come quelle trattate, sarebbe importante discutere non soltanto su problemi di principio, ma su effettive proposte di curricula, che chiariscono meglio gli intendimenti; - in particolare, se si vuole spezzare l'attuale ingegneria elettronica in due o più parti, occorre esaminare congiuntamente i «curricula» proposti per le varie parti; - sarebbe importante esaminare se certi desideri espressi da alcuni proponenti un'ingegneria informatica e sistemistica non riguardino in realtà un'ingegneria generale, orientata alla gestione, che sarebbe importante esaminare.

A. Ruberti - I Consigli di corso di laurea di Ingegneria elettronica hanno già il potere di introdurre nei piani di studio consigliati agli studenti tutte le materie di informatica o di sistemistica negli indirizzi «tradizionali»: componentistici, circuitistici, comunicazionistici, ecc. che vengano ritenute necessarie per una adeguata preparazione in tali indirizzi.
Tale possibilità deriva dalla cosiddetta legge di liberalizzazione dei piani di studio del '69 che consente alle Facoltà ed ai corsi di laurea di adeguare e adattare le necessità locali di formazione alla disponibilità di corsi e di docenti e viceversa. Perciò l'esigenza della «rifondazione» della laurea in Ingegneria elettronica non si pone in occasione della istituzione della laurea in Ingegneria informatica e sistemistica, ma piuttosto in rapporto ai problemi generali che ho elencato all'inizio nel rispondere alla prima domanda (diversificazione dei titoli) e forse in rapporto a una ridiscussione della laurea in elettrotecnica. Nella fase attuale mi pare sia auspicabile un deciso sviluppo in tutte le sedi dell'insegnamento della microelettronica.
Un'esigenza importante è un rapporto costruttivo con i docenti dei corsi di informatica e di sistemistica; specie con i primi, che essendo relativamente pochi rispetto agli studenti dei vari corsi di laurea interessati, oggi e nel futuro, a ricevere una adeguata preparazione professionale nel campo, devono poter contare nelle varie sedi su tutto l'appoggio di cui avranno bisogno.
Spero che nessuno vorrà insistere sulla progettata «rifondazione» della laurea in elettronica, attraverso la istituzione di una sottosezione in informatica nell'ambito della attuale laurea, più o meno «rifondata». Questo provvedimento, nella situazione e con gli ordinamenti italiani, non risolverebbe i vecchi problemi posti e, quello che è peggio, mostrerebbe che nelle Facoltà di ingegneria non si è ancora compresa la autonomia culturale della formazione in informatica, autonomia non solo dalla matematica o dalla fisica, ma anche dall'ingegneria elettronica. E questo, nel 1983, mi parrebbe piuttosto grave.
Mi pare confortante constatare che un punto d'accordo fra i partecipanti è quello dell'importanza dell'informatica e della sistemistica per tutta l'ingegneria. È augurabile perciò che i curricula universitari sappiano rapidamente riflettere tale esigenza e che gli organi accademici e ministeriali sappiano programmare conseguentemente la formazione di giovani ricercatori e di nuovi docenti.
Non sono sicuro invece che tutti i partecipanti alla tavola rotonda abbiano fornito chiare indicazioni sull'indipendenza culturale dell'informatica. A chi fra i lettori avesse ancora dubbi consiglio di verificare personalmente quanto poco di elettronica occorra conoscere per leggere le maggiori riviste che pubblicano ricerche di informatica: quelle dell'A.C.M., Acta Informatica e perfino le Transactions on Computers dell'IEEE! E la ricerca ci indica anche la via del futuro delle applicazioni.

L. Dadda - Constatata la evoluzione delle varie discipline tecnologiche, quale può essere una proposta in grado di soddisfare al meglio le apparentemente disparate esigenze?
Quale una proposta che prometta di essere sufficientemente stabile nel prossimo decennio, o, meglio, che sia in grado di assorbire con i necessari aggiornamenti il carattere fortemente evolutivo del settore? Quale proposta con un comune denominatore non suggerito da considerazioni contingenti ma da profonde ragioni culturali? Una risposta a tale quesito emerge da quanto avviene al di fuori del problema dei curricula, nell'industria e nella società in generale. Come già detto vi sono chiari sintomi che fanno pensare alla attuale fase della rivoluzione industriale come ad un vero salto qualitativo, cioè una seconda rivoluzione industriale, basata sulla informazione. Dell'informazione, e non solo delle telecomunicazioni o solo dell'informatica o solo della telematica o solo dei mass media o solo della robotica o solo della burotica. È una rivoluzione destinata a segnare in modo radicale le strutture produttive e sociali, causando l'insorgere di problemi gravissimi, come quello della occupazione e del mutamento dei profili professionali, della individuazione di nuove industrie e di nuovi servizi. I paesi industrialmente più avanzati cercano di prendere in pugno la situazione con programmi di ricerca e di riconversione di ampiezza inusitata per creare quella che forse con un pò troppa enfasi viene chiamata la società informazionalizzata. I protagonisti di tale rivoluzione sono i tecnologi. La disponibilità degli specialisti ed il loro grado di preparazione condiziona già oggi lo sviluppo (che non è più soltanto del relativo settore, ma generale, a causa della «pervasività» della tecnologia dell'informazione). Il ruolo di una scuola di livello universitario è di prevedere e precedere gli sviluppi. Sarebbe storicamente molto grave se la scuola di ingegneria italiana si dimostrasse incapace di cogliere il senso dell'eccezionale ruolo che è chiamata a svolgere, e si limitasse a dare risposte solo parzialmente valide, o determinate da calcoli di potere. Per questi motivi propongo una rifondazione dell'ingegneria elettronica per fare spazio ad una ingegneria dell'informazione. Una opportuna strutturazione in indirizzi potrà soddisfare le numerose esigenze proprie di un campo in continua evoluzione e diversificazione, ma col mantenimento di una forte cultura di base.

G.B. Stracca - Si può osservare, dall'interessante e stimolante dibattito qui pubblicato, come su molti dei problemi vi siano realmente delle profonde divergenze di opinioni, pur se una certa concordanza esiste su singoli loro aspetti.
Mi è sembrato comunque particolarmente stimolante l'intervento finale del prof. Dadda, che, per la sua proiezione verso il futuro, interpreto come un invito ad un allargamento della discussione. Nel chiudere questo dibattito non voglio pertanto tentare delle conclusioni; vorrei piuttosto lasciarle alle riflessioni dei singoli lettori, che sono invitati anzi ad esprimerle liberamente, con lettere alla Direzione di questa rivista, collaborando così ad un prosieguo, certamente interessante, di questo dibattito.

Allegato:
Autore: Biondi, Carassa, Dadda, De Castro, Meo, Ruberti
01/01/1970 - Tipologia: Dibattito - Argomento: Ingegneria