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La formazione degli ingegneri

Il ruolo dell'autonomia nella formazione degli Ingegneri - Atti del Colloquio Internazionale Organizzato da CIRA - Centro Interuniversitario di Ricerca in Automatica Bologna 8 - 9 settembre 1988

Il ruolo dell'autonomia nella formazione degli Ingegneri - Atti del Colloquio Internazionale Organizzato da CIRA - Centro Interuniversitario di Ricerca in Automatica Bologna 8 - 9 settembre 1988

1. IL QUADRO DI RIFERIMENTO
Da oltre un quarto di secolo l'ordinamento fissato dalla legge per le facoltà d'ingegneria, nel nostro paese, è sostanzialmente fermo; eppure questi sono stati e sono anni di mutamenti tecnologici imponenti, di cambiamenti epocali.

Di fronte alla stasi legislativa, le facoltà d'ingegneria hanno affrontato il mutamento come hanno potuto e saputo. Alcuni corsi di laurea sono rimasti ancorati al vecchio quadro, altri - in particolare quello di elettronica - hanno forzato le strettoie dell'ordinamento adattandolo alle nuove esigenze. È stata ed è tuttora questa, in particolare, la situazione delle lauree ad indirizzo sistemistico-informatico, che in assenza di una vita propria sancita dalla legge hanno dovuto trovare una forzosa collocazione negli indirizzi del corso di laurea in Ingegneria elettronica.

I molti lustri ormai trascorsi senza che le proposte di riforma venissero accolte debbono far riflettere. C'è stata, senza dubbio, un disattenzione del mondo politico e produttivo ai problemi della formazione degli ingegneri, una incomprensione del ruolo che l'ingegneria e primariamente le nuove branche dell'ingegneria, svolgono nella fase dell'innovazione tecnologica. Ma senza dubbio c'è stata anche un'incapacità delle facoltà, un difetto di attenzione nel percepire le nuove esigenze che le trasformazioni tecnologiche andavano creando.

2. LE TRE TIPOLOGIE

Chiarito così il quadro generale, vorrei ora soffermarmi sulla figura dell'ingegnere, e in particolare sulle tipologie della sua formazione. Qui ho ben poco da aggiungere a quanto vado dicendo da alcuni anni, e quindi ripeterò, anche in questa occasione, consapevole della responsabilità nuova che oggi sono chiamato ad esercitare, le argomentazioni che, per l'immobilità questo avviene sia come conseguenza dell'evoluzione naturale conseguente ad un accesso di massa che fa emergere l'importanza di sbocchi professionali sia, però, per i nuovi spazi che l'innovazione ha creato e che l'ingegneria non ha voluto o saputo riempire. Ancora oggi, le nuove tecniche della biologia non hanno il ruolo che meritano nei corsi d'ingegneria chimica, l'informatica stenta a trovare spazio nell'ingegneria elettronica, l'impostazione sistemistica rimane estranea o marginalizzata in molti indirizzi della laurea in ingegneria.

In passato, la differenza tra il laureato in scienze e quello in ingegneria era ben definita: l'uno lavorava per arricchire la conoscenza, l'altro la utilizzava come strumento per intervenire sulla realtà e modificarla. Ma qual è oggi, e quale sarà domani, la differenza tra un laureato di scienze con indirizzo applicativo ed uno di ingegneria con formazione teorica? Questa differenza è destinata, per ragioni oggettive, a diminuire perché sempre più cresce la produzione di beni e servizi fondata direttamente sulla scienza, sempre più breve è la distanza tra scienza e tecnologia. È un fenomeno che meriterebbe di essere analizzato e approfondito; non c'è dubbio però che esso può essere fortemente distorto se il dinamismo, la disponibilità e la capacità di adeguarsi alle nuove esigenze è diverso nella facoltà di scienze ed in quella di ingegneria. E questa potenziale distorsione reca in sé il rischio di perdere di vista una caratteristica che mi pare essenziale per intervenire sui sistemi complessi richiesti oggi dal sistema produttivo di beni e servizi, sulla loro progettazione, costruzione e gestione: le competenze metodologiche e tecnologiche per risolvere problemi. E questa è destinata, a me pare, ad essere diversa da quella richiesta nei processi teorici e sperimentali di crescita della conoscenza. Un tema dunque di riflessione è il rapporto tra la formazione dei laureati in scienze e quella dei laureati in ingegneria e sulla sua evoluzione. L'altro è quello di un adeguamento sostanziale della formazione dell'ingegnere alle nuove professionalità e al modo nuovo di esercitare le antiche professionalità.

A questo riguardo credo sia molto istruttivo riflettere sui rapporti tra le facoltà d'ingegneria e quelle di scienze. Oggi molti corsi di laurea della facoltà di scienze hanno, o tendono ad avere, indirizzi di tipo applicativo e in non piccola misura professionalizzante: basti pensare alla fisica con i semiconduttori, alla matematica con l'informatica, alla chimica, alla geologia, alla laurea in scienze dell'informazione. La distanza tra le facoltà d'ingegneria e quelle di scienze in alcune aree va diminuendo, e del quadro legislativo di cui ho parlato pocanzi, mi sembra mantengano intatta la loro validità.

Le nuove tecnologie, emblematicamente rappresentate dal calcolatore e dal robot, hanno una diffusione orizzontale, non investono solo un settore industriale, quello in cui sono originate, ma coinvolgono l'intero sistema economico-sociale, attraverso un processo di diffusione che rende labili i confini convenzionali tra industria e terziario. Sono cioè fortemente pervasive, trasversali rispetto ai settori produttivi convenzionali. Ad esse deve corrispondere una nuova figura di ingegnere, diversa dall'ingegnere civile (distinto per tipo di opere) e dall'ingegnere industriale (distinto per settore tecnologico), un ingegnere che si collochi rispetto alle altre figure trasversalmente così come le nuove tecnologie si collocano rispetto ai diversi settori produttivi. Il non riuscire a comprendere queste esigenze è un errore; il continuare a pensare che alla nuova domanda professionale si possa rispondere con una specializzazione nell'ambito dell'elettronica è, a mio avviso, un errore culturale grave che non riesce a cogliere il senso profondo delle trasformazioni in atto. Un ruolo centrale in questa nuova professionalità svolgono le scienze matematiche, la teoria dei sistemi e del controllo, la metodologia dell'informatica. Questo è il punto centrale. La matematica da strumento diviene contenuto del prodotto: un modello di previsione, un algoritmo di ottimizzazione, un software speciale, ecc.. E ciò nel settore della produzione di beni, ma anche in quello dei servizi, con una pervasività crescente nei più diversi campi perché le nuove tecnologie sono un prolungamento dell'attività intellettiva dell'uomo e dunque possono intervenire in tutte le attività lavorative (e non solo lavorative).

Non ha grande importanza il nome di questo nuovo tipo di ingegnere: informatico per il richiamo allo strumento più generale e più caratterizzante delle nuove tecnologie, automatico per il richiamo al processo di sostituzione dell'attività dell'uomo, sistemistico per il richiamo alle metodologie per trattare i processi di informazione e di controllo, matematico per il richiamo al ruolo determinante che essa ha rispetto alla stessa natura del prodotto, ecc.. L'importante è che sia chiara la tipologia della formazione, che è caratterizzata dalla capacità di affrontare il processo di analisi e di progettazione di sistemi complessi con l'ausilio estensivo della modellizzazione matematica. Questo nuovo settore dell'ingegneria può essere distinto a seconda, ad esempio, che si considerino l'informatica, l'automatica, la gestione. Vi è una base culturale di conoscenza comune per queste distinte aree in maniera del tutto confrontabile con quanto si verifica per i settori civili e industriali.

In questo settore delle nuove tecnologie si collocano anche le telecomunicazioni per il ruolo crescente
che hanno assunto in esse l'approccio sistemistico e la interazione con l'informatica. È un campo dove teorie, metodologie, tecnologie della trasmissione dell'informazione assumono un rilievo importante e che ne giustificano una maggiore autonomia. Del resto considerazioni simili possono e debbono essere fatte per la gestione rispetto all'informatica ed alla automatica e tra queste ultime. Ma, al di là dell'articolazione interna, non c'è dubbio che alla ondata delle innovazioni tecnologiche che sta generando una nuova struttura produttiva si accompagna l'esigenza di un nuovo tipo di ingegnere e questo è il cambiamento che occorre fare.

3. IL RUOLO DELL'INGEGNERE
Definite le tre tipologie essenziali, l'ingegnere civile, l'ingegnere industriale, l'ingegnere delle nuove tecnologie, non si può disegnare un modello di formazione se non si analizza anche la trasformazione del ruolo dell'ingegnere nel sistema produttivo.

Nella fase delle grandi opere civili nell'ingegnere hanno convissuto competenza tecnica ed imprenditorialità. L'ingegnere appariva come un artefice di programmi imponenti (canali, ponti, ferrovie, ecc.) e organizzatore di risorse umane e materiali rispetto ad un obiettivo definito. Nella fase dello sviluppo industriale, nella figura dell'ingegnere si è andata perdendo la connessione tra tecnologia ed utilità e l'ingegnere è andato trasformandosi sempre più in quadro di una organizzazione. La grande industria comporta infatti processi di decomposizione specialistica e gerarchica, orizzontale e verticale del lavoro ingegneristico. Così si determina una distinzione tra tecnologi e gestori.

Le nuove tecnologie, la nuova fase cioè di sviluppo industriale, hanno fatto emergere fenomeni di ricomposizione della competenza tecnica e della imprenditorialità con la fondazione di piccole aziende specializzate nella progettazione e produzione per i settori dell'informatica e dell'automatica.

Ma il fenomeno sembra transitorio e tipico della fase di sviluppo delle nuove tecnologie e comunque parziale.

In realtà nella società moderna si assiste ad un fenomeno generale di restringimento dei margini di esercizio della libera professione, che coinvolge anche l'ingegnere civile, ed è destinata, io credo, a coinvolgere anche gli ingegneri delle nuove tecnologie. Del resto anche medici ed avvocati sono sempre più largamente coinvolti in strutture organizzate.

Dunque accanto alle tipologie dell'Ingegneria, occorre guardare in modo consapevole alle diverse funzioni che gli operatori sono chiamati a svolgere: ricerca, progettazione, gestione.

Alle tipologie e alle funzioni vanno poi aggiunti i livelli, come avviene nella generalità degli altri Paesi ed anche in rapporto alla libera circolazione delle professioni che diventerà sempre più completa con l'avvicinarsi dell'appuntamento del mercato comune europeo. Occorre individuare, anche in base all'esperienza degli altri Paesi (soprattutto quelli a noi più prossimi), le professionalità intermedie necessarie al sistema produttivo e definire i relativi diplomi o cicli di formazione.

I parametri del modello da disegnare sono dunque molteplici: tipologie, funzioni, livelli. È solo in un tale contesto che è possibile disegnare un modello diversificato, articolato, flessibile capace per queste sue caratteristiche di rispondere alle diverse domande di formazione ingegneristica del sistema produttivo, che si è allargato e ancor più si allargherà ai servizi e che vedrà l'ingegnere collocato in strutture complesse.

4. GLI INTERVENTI
Dall'analisi che ho sviluppato sin qui emerge con chiarezza un elenco di iniziative da portare a compimento; se debbo dire con rammarico che vado elencando queste iniziative da molti anni, oggi debbo aggiungere che gli anni trascorsi hanno reso sempre più urgente la cura. Mi riferisco, in particolare, alla scadenza del mercato comune europeo del 1992, quando le nostre imprese e quindi i
nostri ingegneri si dovranno confrontare con gli agguerriti ingegneri di altri. paesi senza le amorevoli barriere protettive che hanno premesso loro, nel 99 per cento dei casi, di essere l'unica risorsa disponibile sul mercato.

Ebbene, per questo appuntamento siamo già in ritardo, perché anche una riforma che fosse già operativa dall'anno prossimo, dal 1989, non riuscirebbe a dare frutti consistenti per il 1992.

Sono due gli interventi prioritari che ritengo necessari.

Quanto ai livelli di laurea, credo che la necessità di un diploma di primo livello da conseguire in due o tre anni sia sentita e condivisa da molli se non da tutti. E parimenti generalizzata è l'esigenza di una riforma del dottorato di ricerca, che deve trasformarsi in un vero terzo livello e per il quale ho presentato, insieme con il Ministro Galloni, un disegno di legge che è all'esame del Parlamento.

La riforma delle tipologie implica la riscrittura dell'ordinamento delle facoltà d'ingegneria; questo deve avvenire, a mio avviso, con le modalità proprie di una legge quadro, che fissa gli obiettivi e i punti irrinunciabili ma lascia poi sufficiente flessibilità per consentire gli adeguamenti al progresso tecnologico senza dover aspettare, ogni volta, un quarto di secolo. E i settori debbono essere tre, corrispondenti alle tre tipologie che ho delineato, con ampio spazio, quindi, per le nuove tecnologie. La formazione sistemistica, in particolare, deve essere presente in questo nuovo settore, ma deve anche permeare i curricula degli altri settori, civili e industriali, per la sua rilevanza in tutti i settori applicativi.

E infine vorrei concludere con un'osservazione. La robotizzazione di numerosi esperimenti di fisica, il ricorso estensivo all'informatica, l'impiego continuo dei modelli matematici in molti settori, dallo spazio all'economia, dimostrano che oggi la sistemistica entra sempre più in settori che non rientrano nelle competenze ingegneristiche classiche, ma piuttosto nelle attività scientifiche. Si pone dunque l'esigenza di fornire una preparazione, una formazione sistemistica anche agli studenti di altre facoltà, quali economia e scienze. Si apre così, e proprio per la interdisciplinarietà di queste metodologie, la possibilità di un ampio ruolo di alcune discipline sviluppatesi nel contesto culturale degli ingegneri. E del resto ciò sta avvenendo per teoria dei sistemi e del controllo oltre che per l'informatica nella facoltà di scienze.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
07/09/1988 - Tipologia: Articolo - Argomento: Ingegneria