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Ingegneri, prima di tutto l'«alfabeto informatico»

Corriere della Sera

Una mutazione epocale sta investendo le strutture di produzione di beni e di servizi, a livello sia
dei processi sia dei prodotti. Una mutazione analoga sta verificandosi nel ruolo dell'ingegnere, che è un operatore sempre presente all'interno di tali strutture.

Per comprendere la correlazione tra i due fenomeni è utile ripercorrere le tappe fondamentali che hanno portato all'attuale assetto della formazione universitaria degli ingegneri. Esse sono: la nascita dell'ingegnere civile in connessione con la fase delle grandi opere civili dell'800, dalla costruzione di ponti e strade alle opere idrauliche; la nascita dell'«ingegnere industriale» in connessione con lo sviluppo dell'industria basata sulla scienza, meccanica, chimica ed elettrotecnica e poi, negli ultimi decenni, elettronica e nucleare.

Accanto alla «diversificazione delle tipologie», in ingegneria civile, distinta per opere edile, idraulica, trasporti), e industriale, distinta per settori (chimica, elettronica, elettrotecnica, meccanica, nucleare), si è andata delineando sempre più una «diversificazione delle funzioni». Dall'ingegnere progettista di un'opera ed organizzatore di risorse umane e materiali per realizzarla, tecnico ed imprenditore nello stesso tempo, si è passati all'ingegnere come quadro di una organizzazione. La crescita della dimensione e della complessità delle strutture industriali, ed oggi anche di quelle per la realizzazione di opere civili, ha comportato processi di decomposizione orizzontale (specialistica) e verticale (gerarchica) delle funzioni dell'ingegnere.

Soprattutto ha portato ad una separazione tra competenza tecnica e responsabilità imprenditoriale. E così si sono andate distinguendo funzioni di ricerca, di progettazione, di gestione. Questo, con l'approssimazione implicita in ogni rappresentazione schematica, il quadro su cui intervengono i cambiamenti indotti dall'innovazione tecnologica. Le tecnologie dell'informatica e dell'automatica, e la loro connessione con le telecomunicazioni, non solo portano a nuovi prodotti ma penetrano in tutti i settori produttivi inducendo innovazioni di processo. E ciò sia nella produzione di beni sia nella produzione di servizi.

Ne conseguono in modo diretto le seguenti esigenze: a), «una revisione del metodo di formazione» degli ingegneri civili e industriali che deve prevedere l'insegnamento delle nuove metodologie e dei nuovi linguaggi che con l'innovazione tecnologica si sono sviluppati, una più elevata capacità di formalizzazione dei problemi in rapporto all'accresciuta capacità di risoluzione consentita dai calcolatori ed una «familiarizzazione» con i partner del futuro (il calcolatore ed il robot); b) la nascita di «una nuova tipologia formativa», che si affianchi alla civile e alla industriale, quella dell'«ingegnere informatico e/o sistemista», presente ormai nei sistemi universitari di quasi tutti i Paesi ad analogo sviluppo e pervicacemente ostacolata dal nostro. Queste due esigenze sono ben presenti sia ai docenti sia agli studenti delle facoltà di Ingegneria. Un loro soddisfacimento completo richiede alcuni interventi strutturali (revisione dei curricula delle lauree in Ingegneria Civile e Industriale ed istituzione di almeno una laurea specifica per le nuove tecnologie)
e risorse adeguate per «l'alfabetizzazione informatica» di tutti gli ingegneri. Nell'attesa, come avviene sempre quando le esigenze premono, si hanno risposte parziali.

La nuova laurea in Informatica e/o Sistemistica si realizza come indirizzo dell'ingegneria elettronica che ne è divenuta la culla, naturalmente con tutti i patimenti di chi, essendo cresciuto, soffre nella culla una sindrome da soffocamento. Per iniziativa delle facoltà si vanno diffondendo insegnamenti di programmazione e sale di personal computer o di terminali aperti a tutti gli studenti.

Vi sono due questioni che mi sembra utile sottolineare in modo specifico. L'innovazione tecnologica, penetrando nel settore dei servizi e portando con sé la spinta all'adozione di modelli matematici, allarga il campo di intervento dell'ingegnere, che non è più destinato ad operare nel settore della pianificazione e costruzione di opere civili o nel settore dell'industria ma ha sbocchi potenziali importanti in quello terziario. Il ritardo nell'adeguamento degli studi di ingegneria rischia di bloccare, nel nostro Paese, questa possibilità.
E' evidente infatti che se il processo di terziarizzazione avanza e non si prepara una risposta specifica alla nuova area di intervento, questa è destinata ad essere occupata o da ingegneri che adeguano la loro preparazione sui campo (come è avvenuto negli ultimi anni) o da laureati in facoltà più attente a questo nuovo sbocco, ma con humus culturale ed esperienze diversi da quelli necessari per progettare e gestire strutture operativa. Non vorrei essere critico, ma non è senza fondamento la constatazione che vi è un grande ritardo nell'automazione e nell'efficienza dei servizi nel nostro Paese e che a ciò senz'altro ha contribuito il mancato adeguamento della formazione universitaria rispetto a questa esigenza. Naturalmente i parametri e i vincoli non sono solo quelli della disponibilità di competenze, ma certo queste ultime sono necessarie.

L'altra riflessione riguarda il fatto che, malgrado la diversificazione delle tipologie e delle funzioni che caratterizzano ormai le figure dell'ingegnere, l'albo professionale è ancora unico, come se fosse possibile che uno stesso ingegnere progetti un ponte, un impianto elettrico, una centrale nucleare, una rete di trasporti, un impianto chimico, eccetera.

L'Ordine degli ingegneri è orientato ad affrontare questo problema di specializzazione degli albi professionali e vi è solo da augurarsi che si possa giungere presto ad una soluzione. Se è infatti vero che le specializzazioni spinte devono essere evitate di fronte ai processi di cambiamento in corso e ai segni di ricomposizione metodologica tra i vari settori, è altrettanto vero che il nostro Paese è rimasto legato ad una regolamentazione professionale dell'attività dell'ingegnere del tutto anacronistica.

Muta il contesto produttivo, muta il ruolo dell'ingegnere: il sistema formativo e l'organizzazione della professione devono mutare se si vogliono evitare sfasamenti e soprattutto se si vuol contribuire a formare quelle competenze ingegneristiche che sono necessarie per partecipare in modo attivo ai processi di transizione al futuro che l'innovazione tecnologica ha innescato.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
21/07/1985 - Tipologia: Articolo - Argomento: Ingegneria