Questo sito utilizza cookies. Continuando a navigare, accetti il loro utilizzo (scopri di più...)

Sei in : Home page - Archivio documenti - Ingegneria - Ingegnere cercasi
Ingegnere cercasi

Repubblica

Nell'agosto del 1982 il legislatore ha istituito, insieme con nuove università, nuove lauree. Questo duplice concepimento può suscitare l'immagine di una fertilità generosa, capace di accompagnare il nuovo al nuovo. In realtà il concepimento delle nuove università si riduce in non pochi casi all'adozione da parte dello Stato di organismi malnutriti e quello delle nuove lauree rivela una forte casualità delle scelte, confermando quindi l'assenza di un progetto organico per la riforma degli studi universitari.

Basti confrontare l'improvvisa e inattesa creazione di una nuova laurea in ingegneria forestale con il mantenimento, nelle sale di attesa accademiche e ministeriali dove giace da dieci anni, della proposta di istituire una laurea in ingegneria informatica e sistemistica.

A parte la conferma, anche essa a suo modo esemplare, dell'esistenza di corsie preferenziali nel Parlamento anche per i corsi di laurea, ciò che più mi ha turbato è la sincera meraviglia di non pochi responsabili politici quando apprendono che nel nostro paese non c'è una laurea in ingegneria per il settore, da tutti considerato strategicamente determinante, dell'automazione e dell'informatica. Ancora una volta emerge l'errore di una mancata correlazione tra sistema produttivo e sistema universitario, un altro sintomo del male oscuro da cui non riesce a liberarsi la questione universitaria.
Si comprende allora perché si possano celebrare riti quotidiani sull'altare dell'innovazione tecnologica e tenere decine di convegni sui problemi della robotica e dell'informatica, dimenticando la formazione dei tecnici e degli ingegneri in questi settori. Naturalmente la disattenzione esterna non assolve la comunità accademica dalle resistenze che continua ad esercitare contro l'adeguamento alle nuove domande di ricerca e di professionalità.

La formazione degli ingegneri, una questione che non dovrebbe apparire irrilevante in un paese industrializzato, è costretta entro schemi che richiedono profonde modifiche. A differenza di quanto avviene in quasi tutti gli altri paesi, non vi è l'articolazione dei titoli in tre livelli (diploma, laurea e dottorato). Manca il primo. L'ordinamento degli studi è ancorato ad una legge del 1960, concepita dunque da più di venti anni, certamente troppi rispetto alla rapidità delle trasformazioni tecnologiche. E' inoltre vincolato ad un riferimento esterno piuttosto singolare, l'esistenza di un unico e comune ordine professionale per tutti gli ingegneri, dai civili agli elettronici, dai chimici ai nucleari. In questo quadro c'è anche la mancata laurea per formare ingegneri informatici e sistemisti.

Solo la tanto vituperata liberalizzazione dei piani di studio, insieme con l'inserimento di nuove discipline sul vecchio tronco della legge del 1960, ha consentito indirizzi di studio in informatica e sistemistica agli studenti del corso di laurea in elettronica. Questa è cosi divenuta la culla nel quale il nuovo nato è stato costretto a crescere, condizionato, come tutta la elettronica, dal contesto culturale della legge dei '60 e subendo in più le costrizioni delle richieste minime per diventare ingegnere elettronico.

Venti anni di coabitazione hanno portato da un lato alla deformazione della culla, diventata ormai inadeguata ad una vita scientifica e didattica fisiologicamente accettabile, e dall'altro, e ciò è più rilevante, ad uno sfasamento in ritardo grave rispetto alle domande di professionalità nel settore dell'informatica, dell'automatica, della sistemistica. C'è da augurarsi che nessun ostacolo venga più frapposto a queste richieste e che ad esse si riservi almeno la stessa attenzione dedicata all'ingegneria forestale.
Alcune domande emergono a questo punto spontanee. Stimoleranno i problemi della formazione degli ingegneri, in generale, e quelli dei nuovi settori, in particolare, l'attenzione del governo e del Parlamento? O quest'attenzione rimarrà concentrata solo sulla facoltà di medicina, per la cui riforma sono state presentate ben cinque proposte di legge? Ma perché poi non si dovrebbe intervenire negli altri settori, ai quali un'analisi analoga a quella fatta per ingegneria può essere estesa?
In realtà, ed è questa la riflessione generale cui volevo pervenire partendo da un caso concreto, è giunto il momento di por mano alla seconda fase della riforma universitaria, per affrontare i problemi della formazione attraverso una legge-quadro valida per tutti i corsi di laurea e procedere poi all'adeguamento di titoli e «curricula» nei vari settori. E' solo percorrendo questa strada che si potrà dare un senso compiuto ai processi di razionalizzazione e di trasformazione in cui le università sono impegnate, sfuggendo a logiche settoriali e abbandonando corsie più o meno preferenziali.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
09/02/1983 - Tipologia: Articolo - Argomento: Ingegneria