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Il Futuro dell'ingegneria italiana

Atti del Convegno "Il futuro dell'Ingegneria Italiana" Roma, 27-28 febbraio 1986

Partirò, in queste osservazioni, da quando il relatore, dottor Greppi, parlando della collaborazione fra università italiane e strutture produttive, diceva testualmente “poiché i due prodotti principali delle università sono i neolaureati e la ricerca, è indispensabile che a ambedue sia dedicata la necessaria attenzione, se vogliamo che il nostro paese riceva quell'impulso che auspichiamo”.

Per rispondere, allora, in modo chiaro dal mio punto di vista sulla collaborazione fra strutture produttive e università, uso distinguere i rapporti in due tipi: rapporti indiretti e rapporti diretti. Pur essendo convinto che sia necessario consolidare ed estendere i rapporti diretti della ricerca e anche della formazione, credo che il punto centrale della questione sia quello di un buon rapporto in relazione ai fini istituzionali dell'Università. Il migliore contributo che si possa dare alle strutture produttive, cioé, consiste nel fatto che l'università faccia bene le cose che istituzionalmente deve fare: formare i laureati e fare ricerca di base.

La finalizzazione è certamente importante rispetto ai fini della produzione, ma non vi può essere ricerca finalizzata seria se non vi è un fertile humus di ricerca. E’ necessario sviluppare la ricerca di base e qui occorrerebbe, quando si considerano le risorse dedicate alla ricerca, tener sempre presente la quota assegnata alla ricerca di base perché dei 15 mila miliardi di cui parlava il professor Colombo poco fa, in realtà, alla ricerca di base vengono dati 200 miliardi a le università italiane e a tutte le facoltà ogni anno. E per la verità, è un po’ di tempo che questo avviene un anno sì e uno no. Ad esempio, nel 1986 questi 200 miliardi sono spariti.

Se la sensibilità generale al problema della ricerca non tiene conto delle esigenze della ricerca di base, la posizione italiana non può che essere in definitiva subalterna. Oggi si tratta, molto più che in passato, di trasferimento di metodologie particolari e anche di strumenti. Mi sia consentito dire, però, che il trasferimento migliore, insostituibile, è assicurato dai giovani che vengono formati dall'università. Solo se il livello di formazione è di alta qualità si trasferisce la capacità di innovazione all'industria, alla struttura terziaria, al sistema gestionale, a lo stesso sistema politico.

In definitiva, sono profondamente convinto che le due questioni fondamentali che l'università deve affrontare sono: sviluppare la ricerca libera e offrire una formazione adeguata.

L'industria ha un interesse di fondo a che questo si realizzi. Possono essere importanti, e lo sono, le convenzioni quadro, gli accordi diretti, i consorzi, ma solo un'Università che funzioni effettivamente a un livello adeguato offre quel contesto di qualità che è essenziale perché le strutture produttive siano competitive e possano sviluppare propri programmi di ricerca di sviluppo e di produzione.

Credo che su queste cose generali sia difficile non trovare l'accordo. Mi permetterò, allora, di fare qualche affermazione precisa con riferimento al caso dell'ingegneria.

Non mi fermerò sui problemi delle strutture edilizie delle facoltà di ingegneria italiane o sui finanziamenti, ma sul modello formativo. Oggi c'è un interesse crescente alla formazione degli ingegneri e vi sono stati molti convegni degli Ordini degli ingegneri. Si sta manifestando qualche tipo di modificazione rispetto all'integrazione, all'interfaccia, cioè al tipo di nuovi compiti che si aprono all'ingegneria. E’ cresciuta certamente sia la complessità delle strutture produttive sia dei tipi di intervento, e su questo credo che nessuno abbia dubbi.

Nelle attività degli ingegneri sono emersi necessariamente dei fatti nuovi: un'articolazione dei ruoli non solo per le tipologie di competenze, quelle classiche (ingegnere edile, chimico, elettronico, e così via) ma anche per varietà di funzioni (ricerca, progettazione, gestione) e per livelli di responsabilità. Questa articolazione della domanda dovrebbe essere corrisposta da un'articolazione dell'offerta. Questo, purtroppo, nel nostro paese non avviene: l'unica articolazione presente è quella che prevede i diversi tipi di laurea; manca l'articolazione dei livelli che c'è in tutti gli altri paesi della Comunità europea; manca quella per funzioni. La lacuna più grave è però quella della carenza di preparazione dei settori dell'organizzazione e della gestione delle imprese.

Il sistema italiano ha reagito solo attraverso i gradi di flessibilità offerti dalla liberalizzazione dei piani di studio e dall'arricchimento eccessivo dell'arco delle discipline inserite in questi ultimi anni. Questi corsi formativi tendono a rispondere, oltre che alla vocazione degli studenti, anche alla domanda esterna, naturalmente nei vincoli del quadro normativo vecchio, perché risale al 1960. Se dunque pur di fronte alla rapidità di trasformazione che tutti riscontriamo, il quadro normativo risale ad un quarto di secolo fa, come si può livellare l'offerta alla domanda? In questa situazione vi è la formazione all'interno delle aziende oppure una sotto utilizzazione dei laureati per quella figura di primo livello che non esiste nel nostro paese.

Consentitemi ancora di dire quali sono alcuni altri problemi da risolvere per l'ingegneria italiana, sia dal punto di vista della formazione che da quello professionale. La situazione è singolare anche per l'esistenza di un unico albo: oggi un laureato in ingegneria può progettare edifici, costruzioni e impianti vari, apparati elettronici, chimici e via dicendo. Certo, è necessario correlare le specifiche capacità con iscrizioni all'albo professionale. Questo impone di fatto un aggiornamento dei piani di studio anche se, per la verità, superare un esame particolare su trenta non dovrebbe automaticamente abilitare l'ingegnere a fare il progettista. Le nuove esigenze impongono a mio avviso una maggiore responsabilizzazione e mi auguro che da una associazione autorevole come la vostra emerga una pressione affinché si verifichi questo adeguamento.

Mi soffermo inoltre, brevemente, sui rapporti diretti tra strutture universitarie e strutture produttive. Non è vero che questi rapporti non ci siano: ci sono sempre stati, di un tipo o di un altro. La verità è che la tradizione italiana è quella di rapporti di tipo personale, così vi è stato un collegamento diretto del singolo docente universitario con le strutture produttive, in cui sono state utilizzate le competenze professionali e scientifiche. Il fatto nuovo che emerge oggi è che occorre cercare un nuovo tipo di rapporto, a livello istituzionale. A tal fine però vi sono enormi difficoltà già egregiamente ricordate, da parte dell'Università. Occorre collocare questi rapporti in un nuovo quadro normativo, senza offrire incentivi minori rispetto a quelli dei rapporti personali: mi riferisco ad esempio all'aspetto retributivo. Evidentemente far convergere l'attività di una università con l'attività produttiva significa non fornire quegli incentivi esistenti nei rapporti personali. Ecco la barriera agli incentivi di cui parlava il professor Bugliarello. Anche dal punto di vista dell'industria e delle strutture produttive vi sono delle difficoltà. Il rapporto personale permette di indirizzare più precisamente i contributi, mentre i rapporti istituzionali devono fare i conti con le strutture. Faccio l'esempio dei risultati delle ricerche sull'ambiente: è chiaro che le consulenze dell'ambiente affidate ad un singolo offrono maggiori possibilità perché il rapporto deve fare i conti con le finalità specifiche. Si rischia di mortificare queste finalità attraverso un'ingessatura burocratica che lascia poco margine ai tempi necessari ed alla collaborazione con l'industria. Quindi, sostanzialmente, non si lasciano esplicare le potenzialità che a mio avviso permangono nell'università italiana, malgrado le disfunzioni legate ad una crescita troppo rapida e non guidata.

Comunque - come è stato testimoniato da tutti gli intervenuti - la situazione sta cambiando. A questo proposito cito un dato relativo all'università "La Sapienza" di Roma. Circa il 25 per cento dei finanziamenti per la ricerca provengono dai rapporti con le strutture produttive locali; gli altri finanziamenti derivano dal Ministero della pubblica istruzione e da altre fonti. L'istituzione dei dipartimenti ha favorito la crescita di questi rapporti. Il vero passo avanti è costituito dal coraggio di pensare a "deburocratizzare" la gestione delle risorse per la ricerca, offrendo incentivi reali all'interno dell'università affinché il ricercatore trovi conveniente far convergere le sue competenze sui programmi finalizzati. Senza queste modifiche al quadro normativo, credo che il cammino da percorrere sia ancora molto lungo affinché si realizzi quella convergenza che hanno trovato altri paesi con meno vincoli normativi.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
27/02/1986 - Tipologia: Intervento - Argomento: Ingegneria