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"Formazione universitaria - Esame di Stato ed Esercizio Professionale degli Ingegneri”

Atti del Congresso "Formazione universitaria - Esame di Stato ed Esercizio Professionale degli Ingegneri”

Desidero anzitutto rivolgere un ringraziamento, sentito e cordiale, al Presidente e collega Ing. Terracciano per il cortese invito ad essere qui, insieme a lui, a portare il saluto ai partecipanti al convegno da parte dell'università. È stato un invito gradito per molte ragioni: per l'occasione che mi offriva di ritrovarmi ingegnere tra gli ingegneri, per l'opportunità di riprendere - a dieci anni di distanza - i temi sollevati ed affrontati durante il mio triennio di presidenza nella Facoltà di Ingegneria di Roma, per la possibilità di portare una testimonianza ed un contributo a quella essenziale azione di rinnovamento e di trasformazione che nell'università e nella società le mutate condizioni del sistema produttivo impongono.

Il mio saluto non si limiterà alle espressioni, peraltro sinceramente sentite, di ringraziamento ai convenuti e di augurio per il successo dei lavori, ma sarà, almeno nelle intenzioni, un contributo alla analisi dei problemi che il convegno ha voluto sottoporre al dibattito e dunque sarà ispirato alle ragioni della chiarezza piuttosto che a quelle dell'opportunità.
Dieci anni non sono pochi, in un contesto caratterizzate da cambiamenti rapidi e profondi, e costituiscono di per sé una sollecitazione non eludibile all'onestà intellettuale di fronte ai problemi. E ciò è tanto più vero se questi sono complessi, potendo la complessità offrire spazi alle suggestioni sempre ricorrenti del rinvio e della mediazione.

Le riflessioni che sottoporrò al convegno conservano la carica di sincerità che avevano nel dibattito che si sviluppò nel 1974 nelle Facoltà di Ingegneria di fronte all'esigenza, già allora fortemente sentita, di modificare l'ordinamento degli studi di ingegneria. Esse però inglobano anche l'esperienza accumulatasi nel lavorare all'interno del processo più generale di riforma dell'università e possono avvalersi dell'apporto che il Consiglio nazionale degli ingegneri è andato elaborando con una forte sensibilità alle esigenze di cambiamento. Anzi a me sèmbra che nella fase attuale questa sensibilità sia maggiore di quella del mondo accademico, forse per la stanchezza che ha generato la sterilità dell'impegno di dieci anni fa e per la sfiducia che hanno determinato le corsie preferenziali ed anomale lungo le quali alcune nuove lauree sono passate. Il contesto è ora diverso; il tempo ha fatto maturare la consapevolezza dell'esigenza sia di eliminare le anomalie (quale quella dell'albo unico) sia di superare i ritardi (in particolare rispetto alle nuove professionalità) della situazione italiana e forse le resistenze professionali e accademiche non sono più in grado di opporsi ai cambiamenti necessari.

Il contesto europeo
Mi è parso utile raccogliere e presentare, all'inizio del discorso, alcuni dati sulla situazione della formazione degli ingegneri nell'Europa occidentale, per due ragioni: a) ancorare le osservazioni ad una valutazione quantitativa, in accordo con l'habitus mentale degli ingegneri;
b) sottolineare l'esigenza di mantenere, anche nell'analisi dei problemi che abbiamo di fronte, un riferimento internazionale, almeno ai paesi ai quali siamo più vicini per tradizioni e opzioni socio- economiche.
Un'analisi più dettagliata e puntuale della situazione può essere trovata nelle guide SEFI e nell'articolo di G.B. Stracca (1) che, pure se riferito in particolare alla formazione degli ingegneri elettronici, contiene una interessante parte generale. Solo una più accurata analisi può infatti dare conto della confrontabilità dei dati, in rapporto alla varietà delle diverse situazioni nazionali. E tuttavia a me sembra che alcuni dati globali (fig. 1 v. appendice pag. 84) siano utili per evitare facili osservazioni sull'eccesso di ingegneri o sulla proliferazione delle specialità.
Nei grafici 2 e 3 (v. appendice pag. 85) sono riportati i diplomati per anno distinti per specialità e rispettivamente per paese. Sono state mantenute distinte le 16 specialità più frequenti, raggruppando in « altre» le rimanenti, e sono stati considerati 17 paesi. In un quarto grafico sono riportati i dati relativi al nostro paese.
Per favorire il confronto, per cinque paesi (Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania Federale, Spagna) si è anche calcolato il rapporto ingegneri/ popolazione (fig. 5 - v. appendice pag. 84). So bene che si possono eccepire varie obiezioni al confronto fra questi dati, ma mi pare che non siano contestabili due fatti qualitativamente rilevanti:
a) una ampia varietà di specialità, che dovrebbero indurre meditate riflessioni sulla diversificazione della attuale domanda di professionalità; b) la sostanziale confrontabilità a livello quantitativo del rapporto ingegneri/popolazione. C'è un altro elemento caratterizzante questo scenario internazionale ed è l'articolazione della formazione in più livelli: il diploma, la laurea, il dottorato. Le università e le scuole forniscono cioè un'offerta articolata ad una domanda del sistema produttivo, che è a sua volta articolata. È un primo essenziale requisito, quello dell'articolazione in livelli, per far corrispondere offerta del sistema formativo e domanda del sistema produttivo. Come tutti sanno, il nostro sistema non prevede il titolo intermedio e la possibilità offerta dalle scuole a fini speciali non costituisce una soluzione, come preciserò tra breve.
In conclusione il nostro paese può contare su un insieme di ingegneri rispetto alla popolazione numericamente confrontabile con quello dei principali paesi europei, ma privo di una sufficiente varietà di specialità e della articolazione in livelli. Naturalmente sarebbero necessarie analisi più accurate, attraverso una disaggregazione dei dati per i singoli settori. Ma la presentazione di questi dati globali ha voluto essere solo una «provocazione» e far emergere la esigenza di guardare fuori dai confini.

Il contesto nazionale
Dopo aver presentato qualche informazione sul contesto europeo mi sembra necessario, soprattutto per i colleghi che non operano nelle università, offrire un quadro, sia pure sintetico, della situazione universitaria italiana (2). Dopo la legge Casati all'inizio della formazione dello stato unitario e la legge Gentile all'inizio del periodo fascista, l'università italiana è al terzo momento di cambiamento legislativo nella sua storia. Questo è iniziato nel 1969 con «i provvedimenti urgenti», è proseguito nel 1973 con le «misure urgenti» e nel 1980 con «il riordinamento e la sperimentazione». Lungo questi undici anni sono state soprattutto l'urgenza delle situazioni e l'esigenza di riordinamento delle trasformazioni già avvenute a determinare gli interventi legislativi. La fase di trasformazione, che si è avuta in tutti i paesi europei, nel nostro paese si è sviluppata senza che fosse «governata» ed in un quadro segnato da domande di egualitarismo contraddittorie rispetto al complessivo assetto della società. Ne è conseguito che nel nostro paese la traiettoria nata dalla rottura del precedente punto di equilibrio ha portato a squilibri sul territorio (con sedi sovraffollate e sedi sottoutilizzate) e tra i settori (con l'intasamento di alcuni canali di formazione).
L'adeguamento delle strutture fisiche è ancora in gran parte da realizzare, l'adeguamento del personale
è stato fatto attraverso i canali del precariato, non vi sono state modificazioni strutturali del processo di formazione e la rigidità non è stata sostituita dalla diversificazione e dalla flessibilità, come è invece avvenuto in quasi tutti i paesi europei. La legge del 1980 ha proceduto, attraverso il riordinamento, ad una quasi-legittimazione, sia pure razionalizzante, dell'esistente, ma ha anche, e questo va ascritto a suo merito, iniziato un processo di riforma attraverso interventi di innovazione e di sperimentazione. Tra i primi vanno iscritti il finanziamento della ricerca, il dottorato, un principio di programmazione, uno stimolo al rapporto internazionale, la incompatibilità e l'opzione tra tempo pieno e tempo parziale; tra i secondi la spinta ad una riorganizzazione su base dipartimentale e alla adozione di nuove modalità didattiche.
Alcuni nodi, nella linea gradualistica che ha ispirato la nuova legge, non sono stati sciolti e tra questo quello fondamentale della formazione, nei suoi momenti dell'accesso, del percorso e dell'uscita. E di fronte a questo nodo che oggi ci troviamo e solo ora sta maturando, anche in sede politica, la consapevolezza che occorre un nuovo quadro di riferimento. L'azione che gli Ordini professionali possono esercitare in questo contesto ha grandi potenzialità, sia per accelerare gli interventi sia per offrire un contributo alla scelta delle soluzioni. Personalmente sono convinto che è necessario un quadro unitario di riferimento che dia anzitutto al nostro sistema quelle caratteristiche che ho prima ricordato di diversificazione e di flessibilità.
Non c'è dubbio però che nei singoli settori è poi necessario riempire il quadro di contenuti e di soluzioni e ciò deve essere fatto attraverso una cooperazione del mondo universitario con la realtà esterna e le sue istituzioni e, dunque, anche con gli Ordini professionali. Mi pare che questo convegno si iscriva al momento giusto nel processo di riforma, per lo meno rispetto ai bisogni. C'è da augurarsi che lo sia anche rispetto agli interventi legislativi.

Le tipologie dell’ingegneria
Stimolato il convegno a non perdere di vista il riferimento europeo, collocato il tema nel contesto del processo di riforma in atto nelle università italiane, mi pare che si possa entrare nel merito del problema della formazione a vari livelli nei diversi settori dell'ingegneria. Io non posso qui esimermi dal farlo in termini radicali; ritengo che questa sia l'unica possibilità per uscire dall'impasse delle formule più o meno astratte di mediazione e per cogliere i punti essenziali delle questioni che abbiamo di fronte.
Senza riandare, il che sarebbe peraltro suggestivo ed interessante, alle origini della figura del costruttore nelle grandi opere mesopotamiche o egiziane o ai primi corsi teorici e pratici della scuola di Alessandria d'Egitto, senza tentare di rintracciare nei primi collegi degli ingegneri intorno al 1500 le origini degli Ordini professionali, si può - ai fini del nostro discorso - far coincidere la nascita dell'ingegnere moderno con la nascita delle scuole di ingegneria ( 1,3). Queste si sviluppano alla fine del XVIII secolo a partire dalle scuole militari, in connessione con il consolidamento dei grandi stati unitari, per rispondere all'esigenza di eseguire opere di trasformazione dell'ambiente di importanza strategica e di complessità tale da richiedere figure professionali con conoscenze che assicurino la riuscita di progetti che richiedono grandi investimenti. L'ingegnere moderno compare cioè sullo sfondo delle grandi opere civili dell'800 e della prima fase di industrializzazione: opere di difesa, ponti, vie di comunicazione, grandi opere idrauliche, ferroviarie, bonifiche, miniere, ecc. È la fase delle grandi opere civili e dell'ingegnere civile. E del 28 nov. 1808 (4) il decreto con cui Gioacchino Napoleone, re delle due Sicilie, istituisce il corpo degli ingegneri di ponti e strade: « Gl'ingegneri di ponti e strade sono incaricati dei travagli relativi alla costruzione, riparazione e mantenimento delle regie strade e loro diramazioni; dei ponti, e canali di navigazioni, d'irrigazione e di disseccamento; dei pubblici acquedotti; della navigazione dei fiumi, del regolamento e dell'arginazione dei fiumi e torrenti; delle bonificazioni e di tutti gli altri travagli idraulici, che fanno parte delle attribuzioni del ministero
dell'interno». L'organico è di 23 ingegneri. E del 4 marzo 1811 il decreto che detta il regolamento della Scuola di Applicazione di ponti e strade, che fissa in 4 il numero dei professori e in 12 quello degli alunni. Alla fase delle opere civili e dell'ingegnere civile subentra lo sviluppo dell'industria basata sulla scienza, caratterizzata dal crescere delle dimensioni e della complessità organizzativa aziendale. Esse comportano differenziazione e specializzazione di ruolo; nasce l'ingegnere industriale. Mi pare assuma un sapore di amara attualità ricordare che anche in quella fase il divario fra la realtà italiana e quella europea faceva affermare ai più avveduti osservatori, tra cui C. Cattaneo, «adeguarsi o soccombere» (5). Nacque in quel periodo (1838) a Milano la Società d'incoraggiamento, d'arte e mestieri. Del movimento a favore dell'educazione tecnologica e scientifica si fece interprete la Commissione dell'Istituto Lombardo incaricata nel 1848 di elaborare un progetto di riforma dell'intero sistema scolastico.
Nel documento finale la Commissione assumeva in modo esplicito posizione a favore di un secondo ordine di studi: « L'ingegnere che governa una strada ferrata e una fabbrica di macchine non deve avere alla mano quella stessa serie di cognizioni e di dati che serve nella distribuzione di un'acqua irrigatoria o quella che serve alla decorazione di una facciata». «Le nuove industrie abbisognano di ingegneri meccanici, i quali dovrebbero inoltrarsi nello studio della Fisica Matematica, della Geometria descrittiva e della Meccanica applicata, principalmente per ciò che riguarda la cognizione pratica dei materiali, delle macchine a vapore, delle strade ferrate e delle cognizioni industriali. Dovrebbero meglio addestrarsi nel Disegno delle macchine, dovrebbero frequentare le lezioni di Chimica Applicata alle arti e a compiere la loro istruzione gioverebbero alcune letture di Conteggio Amministrativo, d'Economia Pubblica e di Scienza sanitaria».
La connessione precisa tra il disegno delle grandi opere civili e la nascita delle scuole di formazione degli ingegneri civili, il legame stretto tra lo sviluppo industriale e la differenziazione dell'ingegnere industriale da quello civile segnano, nella storia, punti nodali del rapporto tra domanda e offerta di formazione. Ebbene, a mio avviso e lo vado ripetendo da dieci anni in modo esplicito in tutte le sedi, siamo oggi di fronte ad un altro punto nodale in connessione con le trasformazioni indotte dalle nuove tecnologie.
Le nuove tecnologie, emblematicamente rappresentate dal calcolatore e dal robot, hanno una diffusione orizzontale, non investono solo un settore industriale, quello in cui sono originate, ma coinvolgono l'intero sistema economico-sociale, attraverso un processo di diffusione che pone interrogativi nuovi sui confini convenzionali tra industria e terziario. Sono cioè fortemente pervasive, trasversali rispetto ai settori produttivi convenzionali. Ad esse deve corrispondere una nuova figura di ingegnere, diversa dall'ingegnere civile (distinto per tipo di opere) e dall'ingegnere industriale (distinto per settore tecnologico), un ingegnere che si collochi rispetto alle altre figure trasversalmente così come le nuove tecnologie si collocano rispetto ai diversi settori produttivi. Il non riuscire a comprendere queste esigenze è un errore; il continuare a pensare che alla nuova domanda professionale si possa rispondere con una specializzazione nell'ambito dell'elettronica è, a mio avviso, un errore culturale grave che non riesce a cogliere il senso profondo delle trasformazioni in atto. Alla base della nuova ingegneria vi sono le scienze matematiche; questo è il punto centrale. La matematica da strumento diviene contenuto del prodotto: un modello di previsione, un algoritmo di ottimizzazione, un software speciale, ecc. E ciò nel settore della produzione di beni, ma anche in quello dei servizi, con una pervasività crescente nei più diversi campi perché le nuove tecnologie sono un prolungamento dell'attività intellettiva dell'uomo e dunque possono intervenire in tutte le attività lavorative (e non solo lavorative).
Non ha grande importanza il nome di questo nuovo tipo di ingegnere: informatico per il richiamo allo strumento più generale e più caratterizzante delle nuove tecnologie, automatico per il richiamo al processo di sostituzione dell'attività dell'uomo, sistemistico per il richiamo alle metodologie per trattare
i processi di informazione e di controllo, matematico per il richiamo al ruolo determinante che essa ha rispetto alla stessa natura del prodotto, ecc. Il ritardo delle Facoltà di Ingegneria in questo campo ha lasciato nel nostro paese il ruolo della formazione di questo nuovo tipo di tecnici alle Facoltà di Scienze, con il rischio di distorsione e del ruolo di questa facoltà e del tipo di tecnico prodotto. Se caratterizziamo il laureato in ingegneria con un tipo di formazione che spinge a considerare le conoscenze come strumento per intervenire sulla realtà e modificarla, con una finalizzazione a breve termine ed il laureato in scienze con un tipo di formazione che tende a consolidare l'innata « curiosità» per la conoscenza, è evidente che le Facoltà di Ingegneria stanno mancando ad un appuntamento decisivo. E la preoccupazione che, anche recentemente, il Consiglio Nazionale ha manifestato è fondata. Mentre nell'università di massa, per rispondere all'esigenza di collocazione dei laureati nel mercato del lavoro intellettuale, si va perseguendo la professionalità anche in settori tradizionalmente scientifici come la geologia, la chimica, ecc., nell'ingegneria si continuano a rinviare interventi all'altezza della domanda nel settore decisivo delle nuove tecnologie. E l'analisi delle stime sui bisogni del terziario qualificato fa emergere le conseguenze che questa miopia avrà sulla perdita di ruolo degli ingegneri nella società italiana.

Il ruolo dell'ingegnere
Definite le tre tipologie essenziali, l'ingegnere civile, l'ingegnere industriale, l'ingegnere delle nuove tecnologie, non si può disegnare un modello di formazione se non si analizza anche la trasformazione del ruolo dell'ingegnere nel sistema produttivo. Molto utile è rispetto a tale analisi la ricerca su «L'offerta e la domanda di laureati in Ingegneria» sviluppata dal Formez ed ora pubblicata in quattro volumi (3); ad essa farò riferimento ed in particolare alle riflessioni del volume «Sintesi della ricerca» che ho potuto avere, per cortesia dei dirigenti, in bozza e che ho già citato parlando delle tipologie. Nella fase delle grandi opere civili nell'ingegnere hanno convissuto competenza tecnica ed. imprenditorialità. L’ingegnere appariva come un artefice di programmi imponenti (canali, ponti, ferrovie, ecc.) e organizzatore (li risorse umane e materiali rispetto ad un obiettivo definito. Nella fase dello sviluppo industriale, nella figura dell'ingegnere si è andata perdendo la connessione tra tecnologia ed utilità e l'ingegnere è andato trasformandosi sempre più in quadro di una organizzazione. La grande industria comporta infatti processi di decomposizione specialistica e gerarchica, orizzontale e verticale del lavoro ingegneristico. Cosi si determina una distinzione tra tecnologi e gestori.
Le nuove tecnologie, la nuova fase cioè di sviluppo industriale, hanno fatto emergere fenomeni di ricomposizione della competenza tecnica e della imprenditorialità con la fondazione di piccole aziende specializzate nella progettazione e produzione per i settori dell'informatica e dell'automatica. Ma il fenomeno sembra transitorio e tipico della fase di sviluppo delle nuove tecnologie; gli esperti ritengono difficile stimare l'evoluzione futura.
In realtà nella società moderna si assiste ad un fenomeno generale di restringimento dei margini di esercizio della libera professione, che coinvolge anche l'ingegnere civile ed è destinata, io credo, a coinvolgere anche gli ingegneri automatici, informatici, sistemisti. Del resto anche medici ed avvocati sono, sempre più largamente, coinvolti in strutture organizzate.
Dunque accanto alle tipologie dell'ingegneria, occorre guardare in modo consapevole alle diverse funzioni che gli operatori sono chiamati a svolgere: ricerca, progettazione, gestione. E molto istruttivo esaminare i dati della indagine che, nel quadro della ricerca che ho già citato, il Formez ha svolto sia per l'ingegneria civile sia per quella industriale, nelle strutture pubbliche e in quelle private su un campione rappresentativo.
Alle tipologie e alle funzioni vanno poi aggiunti i livelli, come avviene nella generalità degli altri paesi ed anche in rapporto alla libera circolazione delle professioni. Occorre individuare, anche in base all'esperienza degli altri paesi (soprattutto quelli a noi più prossimi), le professionalità intermedie
necessarie al sistema produttivo e definire i relativi diplomi o cicli brevi di formazione. A questa esigenza, come ho anticipato non possono rispondere le Scuole a fini speciali nell'attuale impostazione. E paradossale che queste scuole siano a numero chiuso e le lauree a numero aperto! Occorre poi, anche se non in modo esclusivo e totalizzante, privilegiare soluzioni che vedano in serie diploma, laurea, dottorato in una progressione che consenta di utilizzare le competenze già acquisite ed offrire ai migliori la possibilità di proseguire negli studi. E evidente che questa scelta comporta un profondo cambiamento: non più dalla teoria alle applicazioni, dal generale al particolare, ma piuttosto acquisizione degli strumenti e delle metodologie più generali nel momento in cui diviene matura la consapevolezza della loro necessità.
I parametri del modello da disegnare sono dunque molteplici: tipologie, funzioni, livelli. E solo in tale contesto che è possibile disegnare un modello diversificato, articolato, flessibile capace per queste sue caratteristiche di rispondere alle diverse domande di-formazione ingegneristica del sistema produttivo, che si è allargato e ancor più si allargherà ai servizi e che vedrà l'ingegnere collocato in strutture complesse.
E evidente che si pone anche il problema della garanzia della professionalità non solo nell'attività libera ma anche in quella dipendente, come altra faccia della medaglia su cui è già iscritta l'uguaglianza delle responsabilità. Ma questo è un problema che pertiene soprattutto all'Ordine ed ai sindacati.

Che cosa fare?
La strada da percorrere non è né breve né facile; occorre però iniziare il cammino verso l'adeguamento dell'ordinamento didattico, da un lato, e di quello professionale, dall'altro. È necessario che gli ingegneri, certamente attori del sistema produttivo, divengano protagonisti delle trasformazioni e, nella difficile competizione cui siamo chiamati per uscire dalla crisi e non lasciarci emarginare, un elemento di stimolo al cambiamento, che peraltro è con geniale all' attività dell'ingegnere, costruttore del nuovo e modificatore dell' ambiente.
I passi da compiere nell'università sono a mio avviso i seguenti: a) operare perché la seconda fase del processo di rifonda dell'università venga aperta, attraverso una legge che fissi un nuovo quadro di riferimento, diversificato e flessibile, per la formazione, e che affronti in modo organico i problemi dell'accesso, del percorso e dell'uscita; b) introdurre, senza indugi, almeno una laurea per le nuove tecnologie (separata e distinta dalle altre); c) predisporre un disegno di modifica generale dell'ordinamento degli studi di ingegneria introducendo un diploma di primo livello e prevedendo con chiarezza le funzioni di progettista e di gestore. Per l'Ordine professionale posso solo indicare aspettative; l'aspettativa più viva è per il superamento dell'unicità dell'albo e la sua suddivisione in settori. Un'altra aspettativa è che la collaborazione con l'università, che segna in questo convegno un modello importante, si consolidi e si sviluppi con l'obiettivo, che non può non essere comune, di contribuire, attraverso la formazione e l'attività degli ingegneri, allo sviluppo della nostra comunità nazionale.
1980.

Riferimenti bibliografici

1. G.B. STRACCA - La formazione degli ingegneri elettronici in Europa - L'Elettronica, aprile

2-A. RUBERTI - Lo stato della riforma universitaria. Eurydice 1983.

3. «L'offerta e la domanda di laureati in Ingegneria» Formez.

4. La Scuola d'Ingegneria in Napoli a cura di G. Russo - Istituto Editoriale del Mezzogiorno.

5. C.G. LACAITA - Il Politecnico di Milano nel processo di sviluppo industriale - Museo Scienza, luglio - settembre 1982.

N.B. Le illustrazioni cui si fa riferimento nel testo sono riportate nell'appendice a pag. 84 e 85 [nella rivista e qui non riportate].

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
27/04/1984 - Tipologia: Intervento - Argomento: Ingegneria