Questo sito utilizza cookies. Continuando a navigare, accetti il loro utilizzo (scopri di più...)

Sei in : Home page - Archivio documenti - Ingegneria - Donna e istruzione politecnica
Donna e istruzione politecnica

Atti del Convegno DONNA E ISTRUZIONE POLITECNICA - Milano, 1987

Atti del Convegno "Donna e istruzione politecnica" - Milano, 1987

1. Sull'analisi dello stato delle cose vi è un accordo generale, che nasce peraltro dai dati e dalla loro evoluzione nel tempo.

Vorrei qui citare che, all'inizio del mio impegno nel Rettorato dell'Università di Roma" La Sapienza" nel dicembre 1976, nel promuovere un'indagine sull'analisi della composizione della popolazione studentesca, segnalai l'interesse e l'importanza della crescita del grado di femminilizzazione sia complessivo sia per facoltà. La ricerca, coordinata dal prof. Ferrarotti, fornì le prime indicazioni quantitative sulla crescita del grado di femminilizzazione medio ed, in particolare, la situazione singolare di ingegneria. La dimensione de "La Sapienza", che raccoglie un settimo degli studenti universitari del nostro paese, assicurò ai dati una valenza fortemente rappresentativa, sostanzialmente confermata nelle indagini successive a livello nazionale.

Nelle relazioni presentate al Convegno, oltre ad arricchire l'analisi con la disaggregazione dei dati per corso di laurea, sono state presentate ipotesi interpretative del basso grado di femminilizzazione nella popolazione studentesca di ingegneria. Un ruolo importante è stato attribuito al permanere in questo settore (caratterizzato in modo forte dalla attività di progettazione, realizzazione e gestione di opere civili, impianti industriali, macchine e apparecchiature) della divisione tradizionale dei ruoli maschile e femminile nel lavoro e alla forte rilevanza che essa sembra continuare ad avere nella fase della formazione familiare e scolastica. Di qui l'importanza dell'orientamento alla scelta della professione, ai vari livelli, anche iniziali, della formazione, sia per cancellare l'immagine tradizionale sia per informare sull'evoluzione delle professioni ingegneristiche, della articolazione delle funzioni e delle tipologie. Sono state anche indicate le possibili azioni positive di incentivazione e sostegno alla scelta ingegneristica.

Vorrei sottolineare il fatto che emerge implicitamente da queste considerazioni: la penetrazione, la diffusione, il radicamento della convinzione del diritto alla parità rispetto a tutte le aree di attività e, dunque, la convergenza nelle proposte tese a superare situazioni in cui questa condizione non si realizza.

Con il mio intervento nella discussione vorrei contribuire a fare emergere un aspetto che, a mio avviso, arricchisce le motivazioni a favore delle azioni positive tese ad assicurare un maggiore presenza femminile nell’antico e fondamentale mestiere dell'ingegnere, figura centrale nello sviluppo della società industriale e nell'attuale fase di trasformazione innescata dalla innovazione tecnologica.

Sono convinto che l'apporto delle donne in questo settore di attività non ha solo il merito, pur importante, di far procedere la marcia verso quella parità che poggia sul principio che tutti ci accomuna del diritto ad uguali opportunità, ma ha anche il vantaggio potenziale di portare a questa professione un apporto originale, legato alla specificità del "patrimonio culturale" delle donne come si è storicamente determinato in conseguenza di quella divisione dei ruoli che oggi è ancora così largamente presente nel Sud del mondo.

2. Devo premettere alcune riflessioni generali sullo sviluppo della tecnologia e sulle sue implicazioni, che nascono dalla lettura del libro di Arnold Pacey «The Culture of technology», tradotto per i tipi degli Editori Riuniti.

L'assunto da cui partire è la constatazione che oggi il tema del progresso non può più essere trattato secondo il modello semplificatorio di uno sviluppo lineare e dell'implicita fede nelle possibilita
illimitate di un'espansione quantitativa. Vi è una crescente e sempre più diffusa sensibilità all'importanza di un punto di vista che, senza negare la crescita, punti ad uno sviluppo qualitativo e non puramente quantitativo.

Da un tale punto di vista è bene non limitarsi ad identificare la tecnologia con i suoi aspetti tecnici (macchine, attività di produzione, ecc.) o accettare la separazione tra produzione ed uso. A tal fine appare utile ispirandosi alla differenza tra "scienza medica" (aspetti strettamente scientifici e tecnici) e "pratica medica" (attività terapeutica nel suo insieme, acquisizioni tecniche, organizzazione, aspetti culturali con scale di valore e codice etico della professione), introdurre il concetto di "pratica tecnologica" per collegare produzione e utilizzazione, tenere insieme aspetti tecnici, organizzativi e culturali.

La scienza medica può raggiungere punte elevate con i trapianti e la pratica medica invece essere deludente per carenze o dell'organizzazione dell'assistenza o della qualità dei rapporti umani tra medico e ammalato. E così può avvenire per la tecnologia.

E’ dunque di grande rilevanza analizzare il contesto culturale in cui l'innovazione tecnologica si sviluppa; il libro di A. Pacey da un contributo a questa analisi considerando, accanto ad altri elementi, l'atteggiamento degli "esperti", che spesso appare dominato da due fattori, lo specialismo e la dedizione al proprio settore. Il primo può portare, per la concentrazione su tecniche e metodologie specifiche, a sottovalutare ed ignorare aspetti rilevanti di una corretta visione globale. L'altro fattore alimenta le spinte per l'adozione di soluzioni funzionali - prevalentemente se non solo - allo sviluppo del proprio settore. Non poche volte, poi, ciò corrisponde alla produzione di macchine o strumenti, con una visione unidirezionale che ignora la sfera dei" fruitori" e quindi ostacola una visione integrata della pratica tecnologica.

In effetti si deve constatare che va sempre più maturando il punto di vista che tende a tenere presenti i bisogni diretti dell'uomo, l'esigenza di soddisfarli, in altri termini i valori della qualità dello sviluppo. Spinte sempre maggiori, in questa direzione, anche per le angosciose tragedie che hanno segnato tragicamente il cammino della tecnologia, stanno contribuendo alla maturazione di una cultura nuova sui temi dello sviluppo tecnologico.

Questa premessa mi è apparsa necessaria per valutare quanto può incidere su questo processo di maturazione un maggiore accesso delle donne alla professione di ingegnere. Ora, se si analizza la divisione tradizionale del lavoro tra uomo e donna si può constatare che di norma è stato assegnato agli uomini il ruolo di invenzione e produzione di utensili e apparecchiature; in altri termini è stata attribuita loro una prevalente presenza nella sfera degli esperti. Alle donne invece sono stati (o vengono ancora molto spesso) assegnati lavori che hanno a che fare con l'uso finale delle apparecchiature e con le necessità elementari. L'impegno della donna nelle attività domestiche la tiene vicina ai bisogni molto più dell'uomo. Ciò è stato vero nel passato, lo è spesso anche oggi.

Quasi tutti i lavori tradizionali della donna si possono inquadrare nella gestione dei processi di crescita e di deperimento: la cura dei bambini e la loro crescita, la coltivazione delle piante, la stessa cottura del pane e la mungitura del latte sono collegati alla crescita. Il riassetto della casa, l'assistenza ai vecchi sono collegati al processo di conservazione.

Se si analizza quindi il rapporto lungo la storia dell'uomo e della donna con i bisogni elementari, si registra un maggiore contatto, una maggiore vicinanza della donna ai bisogni. mentre si può riscontrare nella attività dell'uomo una distanza dall'uso, dall'applicazione della tecnologia. Questo fatto potrebbe portare un contributo delle donne nel processo di crescita della sensibilità al punto di vista dei fruitori nello sviluppo della tecnologia. Non essendo stata infatti nella esperienza storica direttamente implicata nella ideazione e costruzione delle macchine, degli impianti, degli interventi e stando invece vicina ai bisogni, la donna può farsi portatrice dell'esigenza di un migliore equilibrio tra produzione e fruizione, far maturare più rapidamente una concezione più equilibrata della tecnologia.

Ci si può chiedere però: ciò induce dunque a mantenere la divisione del lavoro tra uomo e donna e dunque a consolidare situazioni di fatto ritenute da molti, correttamente, ingiuste? Non è così. Ciò che voglio dire è che il bagaglio storico di valori e di esperienza può far sì che la donna, proprio se si realizza il superamento della divisione dei compiti e dei ruoli e dunque la parità, si faccia portatrice nella tecnologia dei bisogni dei fruitori, partendo da una consapevolezza del patrimonio culturale che ha accumulato durante i secoli nella divisione tradizionale del lavoro.

In definitiva un accesso più largo delle donne nella professione dell'ingegnere può accelerare i processi, peraltro già avviati, verso un nuovo equilibrio tra sviluppo della tecnologia e soddisfacimento dei bisogni umani.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
31/12/1986 - Tipologia: Intervento - Argomento: Ingegneria