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Convegno sull'Informatica (PCI)

Una prima riflessione: è certamente significativo, che un Partito con responsabilità importanti nel Paese in un momento certamente delicato, in cui premono questioni di grande rilievo, abbia assunto la decisione di un convegno sul tema specifico dell' informatica.

Gerace nella sua relazione introduttiva ha collocato questa scelta in un contesto più generale, rilevando che il tema affrontato ha un ruolo emblematico rispetto alla fase di trasformazione che viviamo e, quindi, implicazioni più generali, politiche nel senso più chiaro del termine.

Mi sembra anche utile rilevare che questo convegno parte dalle competenze scientifico- professionali. E' un aspetto non secondario perché tenta di dare attuazione alla esigenza largamente sentita di basare le scelte politiche su una analisi dei problemi che utilizzi le competenze scientifiche e professionali. Mi auguro che anche altri partiti facciano, rispetto alle nuove tecnologie, scelte di questo tipo. Sono convinto infatti che le nuove tecnologie, in particolare l'informatica, costituiscono non un terreno ma il terreno su cui si operano in questa fase le scelte decisive. Ed è importante che queste scelte siano trasparenti. Non ci si può fermare ai discorsi generali in cui sembra che tutti dicano e vogliano le stesse cose; è utile che invece emergano e si confrontino le posizioni diverse che in realtà vi sono su questo tema.

Io tenterò di inquadrare alcune proposte specifiche in una impostazione più generale. Anzitutto esaminiamo il contesto in cui effettuiamo questa discussione.
Mi pare che su un fatto vi sia un giudizio unanime e cioè che siamo all'alba di una trasformazione epocale. E' vero che l'innovazione nasce dai mutamenti nel sistema produttivo, nella organizzazione delle imprese, nella qualità e nella quantità del lavoro, ma questa innovazione penetra, si diffonde in tutte le aree di attività, da quelle della formazione e della ricerca che noi discutiamo a quelle della gestione amministrativa dell’apparato burocratico dello stato, a quello dell'apparato istituzionale.

Per governare il processo che si è innescato occorre dunque, e questa è la mia prima riflessione, guardare al sistema complessivo e coordinare i processi di innovazione in tutte le aree se si vogliono evitare sfasamenti e distorsioni.

Nessuno dovrebbe illudersi che i processi di innovazione tecnologica si possano sviluppare senza innovare l'apparato burocratico, l'amministrazione pubblica, senza innovare nei processi decisionali, nel modo di governare la transizione.

Ecco, il primo aspetto, secondo me, è la globalità del processo di trasformazione. Esso peraltro è emerso in moltissimi interventi. Investire solo nell'apparato produttivo è un errore ed è uno degli errori che si sta commettendo. Tutti gli esperti hanno messo in evidenza, in moltissimi convegni, che se non si riforma, ad esempio, la pubblica amministrazione i processi di innovazione, almeno nel settore terziario, difficilmente potranno penetrare e diffondersi. E non certo può dare sicurezza il fatto che nel nostro paese si sia solo riusciti ad istituzionalizzare il desiderio della riforma dell' apparato amministrativo con un ministero.
Un secondo aspetto del processo in atto è il fatto che esso è specifico per ogni Paese. Con un linguaggio che mi è proprio, quello del sistemista, dirò che lo stato iniziale di ogni Paese è diverso, dipendendo dalla sua struttura socio-economica e dunque anche la evoluzione, il percorso che ogni Paese seguirà nella innovazione sarà diverso. In effetti è purtroppo diffusa una impostazione culturale che tende a disegnare gli scenari futuri dimenticando la specificità delle situazioni locali.

E' invece questa specificità che si collegano la diversità tra i vari processi di transizione e dunque i costi sociali e politici. Si possono avere paesi con milioni di occupati in più e paesi con milioni di occupati in meno. Si possono benissimo determinare con le nuove tecnologie circoli virtuosi a livello globale e circoli viziosi a livello locale. A me pare dunque, riassumendo queste prime osservazioni, che occorre tener conto, da un lato, della globalità del processo in atto e della esigenza di intervenire in tutte le aree armonicamente, correlando gli interventi e, dall'altro lato, della specificità di ogni singolo Paese. Globalità e specificità sono due caratteristiche che non si possono ignorare se si vuole governare la transizione.

Perché occuparsi in particolare dell'università e della ricerca, perché in altri termini questo tema del convegno e della tavola rotonda? Ebbene la globalità ne fornisce la motivazione e la specificità l'urgenza: ci troviamo di fronte ad un settore che è strategicamente decisivo come tutti riconoscono ed in cui lo stato iniziale del nostro paese registra gravi ritardi rispetto a quello dei paesi ad analoga fase di sviluppo.
Ora avviene che su queste constatazioni concordino tutti. Ma allora perché il modello formativo italiano è bloccato? Perché è ferma la riforma della scuola secondaria? Perché è ferma la riforma universitaria che 4 anni fa fu solo avviata, con l'impegno che sarebbe stato fatto un passo successivo? Perché c'è addirittura l'ostacolo ai processi innovativi che erano stati avviati, come il dottorato di ricerca e le borse di studio all'estero? Perché, passando alla ricerca, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e tanti altri enti a finanziamento pubblico, dopo anni che se ne parla rimangono ingessati nel parastato. In definitiva perché avviene questo se tutti sono d'accordo che bisognerebbe fare altro?

Pur essendo chiaro che molte e complesse possono essere le ragioni, io indicherò quelle che a me paiono più specifiche rispetto al problema che stiamo esaminando. Una sta nel fatto che nel nostro paese la cultura dell'innovazione è solo superficiale, epidermica. Non vi è una reale comprensione dei processi in atto. Tutti ne parlano, il numero delle tavole rotonde e dei convegni si moltiplica, la stampa ne parla quasi quotidianamente, ma in realtà la cultura dell'innovazione, cioè la disponibilità all'innovazione, la consapevolezza della sua necessità non c'è. L'altra ragione risiede nella consistenza e corposità degli interessi. Meo ne ha parlato ieri mettendo in guardia contro il pericolo che si annida nel credere che tutti sono d'accordo. C'è un contrasto di interessi fra il mantenimento dell'industria matura ed il trasferimento delle risorse a nuovi settori. Sulla rapidità della conversione vi sono anche responsabilità politiche perché se la politica rimane schiacciata su orizzonti brevi, sulle stagioni elettorali è chiaro che la difesa degli interessi diventa funzionale al consenso e, quindi, condiziona le scelte, gli interventi. Per me, ad esempio, appare incomprensibile, dopo tanti discorsi sulla innovazione e sul bisogno di investimenti sui settori nuovi, il fatto che, rispetto alla disoccupazione giovanile, l'unico intervento sinora proposto è di inserire giovani nella struttura burocratico amministrativa del sud. Non so come si possa sposare l'unico intervento per combattere la disoccupazione con una concezione che considera l'innovazione come fatto fondamentale!
Fra gli interessi ci sono anche quelli interni, interni al sottosistema universitario ed al sottosistema ricerca; le responsabilità non sono solo esterne.

L'università per sua natura, per sua vocazione, per essere sede in cui si produce e si trasmette il sapere dovrebbe anticipare il futuro. In effetti dovrebbe essere il modello del futuro, offrire alla società un suo contributo di prospezione del futuro, ma quali iniziative ci sono state nell'università in questo campo che siano veramente significative rispetto alla trasformazione in atto?

Dicevamo poco fa con Gerace che 11 anni fa, a Genova, in un Convegno sulla Sistemistica e sull'Informatica parlavamo di queste cose e presentavamo esigenze e proposte che ancor oggi siamo costretti a ripetere. Nelle facoltà di Ingegneria (parlo su un tasto dolente che conosco per esperienza personale) non si è riusciti e non si riesce a varare una laurea specifica per le nuove tecnologie. E le resistenze sono molteplici; si manifestano anche nel Consiglio Nazionale Universitario, che ha sul suo tavolo da più di un anno una proposta dell'Università di Cosenza di istituire un indirizzo in informatica

nell'ambito delle lauree esistenti. Eppure a Cosenza c'è una iniziativa nel campo dell'informatica consistente e seria attraverso il CRAI.
Che cosa fare in questo quadro? Certamente è importante la proposta di un piano di interventi in informatica, sia per il settore ricerche sia per il settore formazione. Occorre evitare però che le decisioni urgenti siano rinviate tutte al piano, perché rispetto a qualunque piano ci sono esigenze invarianti, che si possono soddisfare subito. Dunque, accanto alla proposta di un piano, sono necessarie proposte di intervento specifico su cui sia anche possibile misurare la volontà, apparentemente unanime, di voler intervenire.
La prima, a mio avviso decisiva, è quella di immettere giovani nel sistema educativo e nel sistema ricerca per la formazione dei quadri. Questo per me deve essere il punto di partenza. Le competenze e i risultati della ricerca sono un capitale, il capitale invisibile della nuova fase che si è aperta. Deve essere fatto subito un investimento in questa direzione. Nessun programma di formazione, nessun programma di ricerca si potrà sviluppare se non verranno preparati docenti e ricercatori. Docenti e ricercatori non si improvvisano; non basta attribuire ai nuovi corsi di laurea cattedre, che in realtà non sarà possibile coprire.
L'immissione di giovani in questo settore di frontiera è un investimento sicuro; la loro formazione deve realizzarsi nei centri di eccellenza esistenti nel nostro paese e in quelli di altri paesi.
Questa è la prima proposta ed è, a mio avviso, invariante rispetto a qualunque piano serio. La seconda proposta, in cui (e me ne scuso) sono implicato in modo diretto perché lo vado ripetendo da 11 anni, è quella di istituire subito la laurea in ingegneria informatica prima della riforma globale delle lauree in ingegneria, che è necessaria, e prima di una revisione del corso di laurea in scienze, che pure è giustamente auspicata da coloro che operano in quel settore. Sono stati illustrati da Fasano i motivi di urgenza che motivano un intervento di questo tipo e che spingono a non farsi bloccare dagli alibi delle riforme globali. Io ricordo ancora le discussioni per la istituzione delle nuove università nel Lazio nel 1979 in cui si diceva: è necessario un piano nazionale dei nuovi insediamenti universitari in Italia, in cui inserire le altre Università del Lazio. Le resistenze furono vinte spiegando pazientemente che non si potevano ideare piani di intervento nazionali che non prevedessero a Roma una seconda università. E questo mi pare il discorso per il nuovo corso di laurea in ingegneria.

E qui voglio rispondere alle preoccupazioni riferite da Fasano all'inizio di questa tavola rotonda sul ruolo relativo alle due lauree, una di scienze ed una di ingegneria.
Personalmente sono per un modello formativo articolato e flessibile rispetto alle diverse esigenze di diploma, di laurea, di dottorato, attraverso un disegno che superi in questo settore la separazione fra le facoltà.
Non c'è da parte mia nessun atteggiamento corporativo ne a livello terminologico, ne a livello di facoltà. Sono sostenitore convinto della dipartimentalizzazione e ritengo che per la nuova area culturale e scientifica debba farsi un discorso aperto, capace di guardare al versante della ricerca ed a quello delle professioni, tenendo conto sia dell'humus scientifico delle facoltà di scienze, sia dell'humus applicativo delle facoltà di ingegneria. Ma questo disegno non può essere perseguito in tempi brevi e dunque non si può essere perseguito in tempi brevi e dunque non si può rinviare la istituzione della nuova laurea nella facoltà di ingegneria.

Occorre correggere le distorsioni che provoca l'affollarsi nel corso di laurea in elettronica della domanda di formazione in informatica. Occorre vincere le resistenze delle nicchie accademiche e di quelle professionali. Mi è stato fatto osservare infatti che è ingenuo pensare che le resistenze contro la nuova laurea siano dovute soltanto a ragioni culturali. Esse sarebbero anche legate alla diversa disponibilità di coloro che lavorano nelle nuove tecnologie ad un rapporto istituzionale con l'esterno rispetto a quello personale e professionale tipico della tradizione di non poche aree dell' ingegneria.
Vorrei concludere questo intervento con alcune brevi riflessioni generali sul contesto in cui piano e interventi per questo settore devono essere, a mio avviso, collocati.

Un punto decisivo è il modo di concepire la ricerca, che non va confusa con lo sviluppo. Vi è il rischio reale che, essendo molto forte la domanda esterna di collaborazione attraverso convenzioni, contratti, rapporti istituzionali con l'industria ed essendo piccole le risorse umane già schiacciate dalla didattica, lo spazio della ricerca di base venga ad essere compresso.

Questo sarebbe un errore gravissimo. Ho ripetuto in varie occasioni che l'interesse primario dell'industria e, più in generale, del sistema produttivo di beni e di servizi è quello che si sviluppi anche la ricerca fondamentale. Se ciò non avviene, le applicazioni non possono che essere di inseguimento e la capacità di innovazione non può svilupparsi. Quindi accordo sui rapporti con l'esterno, ma anche uno spazio adeguato per la ricerca di base, che poi si trasferisce nella formazione ed assicura il migliore trasferimento della capacità innovativa attraverso i giovani preparati nell'università.

Un altro punto importante che occorre tener presente è che, non basta sostenere la ricerca nel settore specifico: occorre svilupparla su tutto il fronte del sapere, perché è necessario l'interazione tra le nuove metodologie e le varie aree disciplinari. Qui emerge quella globalità di ci ho parlato all'inizio e che richiede un impegno nuovo in ogni settore e dunque anche nella formazione e nella ricerca per i vari settori.
Un terzo punto, forse il più importante sul piano sociale e politico, su cui non mi soffermo perché è stato sollevato da tutti, è quello della nuova alfabetizzazione. E' di nuovo un problema su cui il divario tra l'impegno verbale e gli interventi reali è grande.

In effetti gli unici interventi sono a livello di iniziative sporadiche o di una formazione sul prodotto piuttosto che sulle metodologie. Un grande piano di alfabetizzazione è certamente necessario: altri Paesi non troppo lontani dal nostro lo hanno tentato. E' chiaro che qui ci troviamo di fronte ad una battaglia analoga a quella contro l'analfabetismo. Occorre combattere lo stabilirsi di una nuova disuguaglianza rispetto alla capacità di colloquiare con le macchine.

Io credo che questa battaglia sia per la sinistra un appuntamento non eludibile e che dunque ci si debba impegnare per passare dalle enunciazione verbali ad un piano serio di alfabetizzazione.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
01/01/1986 - Tipologia: Articolo - Argomento: Ingegneria