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Presentazione del Circolo di Roma

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Devo confessare che, pur avendo qualche dimestichezza con manifestazioni, dibattiti e convegni, sono intimidito dall'incombenza di presentare, questa sera, di fronte ad un pubblico così avvertito, l'istituzione del Circolo di Roma.

E questo per vari motivi. Anzitutto perché è la prima volta da anni che partecipo ad una iniziativa non come rappresentante di una istituzione, l'università, ma come un intellettuale libero dai vincoli che inevitabilmente il ruolo impone. E poi perché mi trovo di fronte ad una situazione completamente diversa: l'università è una istituzione che ha radici profonde nella storia della cultura, è la più sofisticata struttura che la società abbia saputo inventare per produrre e trasmettere cultura e che sia riuscita a conservare, attraverso settecento anni di storia, intessuti di trasformazioni e di cambiamenti, i suoi caratteri specifici nella loro valenza essenziale.

Questo circolo nasce ora e porta con se solo la speranza che accompagna ogni nascita; è di queste speranze che posso parlare nel presentarlo.

1. Il circolo di Roma nasce con l'obiettivo di dare un contributo all'impegno per la trasformazione, nella convinzione che cambiamenti sono necessari in tutte le strutture della nostra società perché rispondano meglio ad antichi bisogni non sempre soddisfatti e perché siano capaci di interpretare i nuovi bisogni. Il terreno di sperimentazione per questo impegno vuole essere la città, una grande città come Roma, una città che ha anche il ruolo di capitale del paese.

Ma questo impegno vogliamo esercitare per vie nuove, recuperando spazi perduti di fronte all'incalzare delle emergenze e alla invasività di rigide logiche di partito nella analisi dei problemi.

Con l'emergenza, con cui abbiamo dovuto misurarci in questi anni e con cui siamo ancora costretti a confrontarci, si è diffusa una “vera e propria cultura del l'emergenza”. Questa, con gli incubi ricorrenti e gli assestamenti effimeri chela accompagnano, determina un clima di precarietà, che corrode la capacità di progettare e lavorare per il futuro. Il susseguirsi delle scadenze distorce il ritmo naturale delle scelte, immergendole nel contingente o respingendole verso il futuro. Il governo delle istituzioni è costretto così ad appiattirsi su emergenze che diventano permanenti e non riesce a sfuggire al soffocamento che nasce dall'ingorgo dei problemi quotidiani. Non c'è ossigeno perché la tensione verso il futuro possa respirare. Io credo che questa aria senza ossigeno sia una delle cause del distacco dalla politica, dei giovani in modo particolare. Ed è naturale che sia così: l'orizzonte temporale di un giovane non può essere l'autunno in primavera e la primavera in autunno. Anche sul piano puramente fisiologico per i giovani il 2000 è il domani.

Certo le trasformazioni cui le nostre generazioni hanno assistito o alle quali hanno partecipato si sono verificate in tempi brevi, brevi soprattutto se commisurati alla durata di una generazione, e sono state imponenti. Basti pensare ai mutamenti profondi di società e di istituzioni che hanno cambiato equilibri antichi in tutte le aree della terra, alle trasformazioni indotte dalla scienza e dalla tecnologia, ai cambiamenti nella vita delle piccole e delle grandi comunità. Non è semplice analizzare questi processi, perché noi siamo immersi al loro interno e il loro fluire è veloce rispetto ai tempi dell'uomo. Di fronte ai grandi cambiamenti della sua città, Baudelaire diceva: “La forma di una città cambia più velocemente, ahimé, del cuore di un mortale”.

Siamo di fronte ad una fase alta e rapida di trasformazione; dobbiamo essere consapevoli di vivere all'interno di un processo di cambiamento e dunque dobbiamo cercare di analizzarlo,
di comprenderlo, di prevedere i possibili scenari di evoluzione, i possibili approdi. Solo così possiamo contribuire a costruire un futuro migliore, a lavorare perché lo scenario più giusto si realizzi.

Una prima scelta dunque che il Circolo propone è il recupero di un impegno su un orizzonte temporale non schiacciato sul presente.

Una seconda scelta cui intendiamo ispirarci nelle varie iniziative è quella di collocarci in una posizione mediana nello spazio che va dalla ricerca e dalla sua divulgazione al dibattito politico in senso stretto. Sono le università e gli enti di ricerca deputati, in modo naturale, ad affrontare l'analisi delle trasformazioni culturali, sociali, economiche, tecnologi che, ad elaborare modelli globali, a disegnare scenari. Sono i partiti deputati ad alimentare il dibattito politico per far emergere le possibili opzioni sui problemi e quindi favorire il coagularsi dei consensi sulle proposte. Collocarsi a mezza strada vuol dire diffondere i risultati della ricerca ed anche stimolare indirizzi di studio che spesso nel nostro paese, proprio a causa della cultura del l'emergenza, vengono trascurati; vuol dire far crescere la partecipazione consapevole intorno ai problemi e dunque offrire al dibattito politico stimoli perché non rimanga schiacciato sul contingente.

C'è una terza scelta che il Circolo intende operare per definire il contesto in cui promuovere le varie iniziative ed è quella di ispirare il suo impegno per l'adozione di un approccio scientifico ai problemi. Le carenze diffuse di cultura scientifica nel nostro paese sono ben note e sono state poste in evidenza molte volte ed in molte sedi. Esse costituiscono uno dei segni, non secondari, dell'arretratezza di strutture e metodi di gestione e di governo, in vari settori ed a vari livelli.

Occorre tener conto che alle trasformazioni tecnologiche, di cui il robot ed il calcolatore sono i simboli più popolari e di cui i processi di elaborazione e trasmissione delle informazioni sono il nucleo più rilevante, si è accompagnato, attraverso un complesso di interazioni difficilmente districabile, un'adozione sempre più larga della formalizzazione matematica e del l'approccio quantitativo nei più diversi settori.

E' iniziato così un processo di espansione nello impiego di metodi quantitativi dai settori della fisica e della tecnologia in cui la formalizzazione è nata e cresciuta a quelli dei processi economici, delle strutture organizzative, dei fenomeni biologici ecc. D'altro canto è il crescente grado di complessità dei sistemi di produzione di beni o di servizi,delle strutture organizzative, dei processi di informazione e di decisione che rendono inapplicabile ormai i metodi qualitativi e impongono l'adozione dell'approccio quantitativo. Una cultura della formalizzazione, dei modelli deve diffondersi perché le scelte politiche e le decisioni di governo possano avere basi solide, siano comprensibili e trasparenti. L'analisi razionale dei problemi, la disponibilità dei dati quantitativi, la definizione chiara di obiettivi distrugge di per se molti alibi al mantenimento di situazioni ingiuste, in cui gli obiettivi sono mascherati o distorti. La diffusione dell'approccio scientifico è un contributo importante perché la cultura della trasformazione si affermi.

Ecco dunque le tre coordinate che definiscono lo spazio in cui il circolo intende tracciare i percorsi delle varie iniziative: tempi non schiacciati intorno al presente ma proiettati nel futuro, contenuti collocati in un punto mediano tra produzione della ricerca e dibattito dei partiti, un metodo che riconosca alla scienza il suo ruolo conoscitivo.

2. Nello spazio che ho definito si colloca il programma iniziale del Circolo, un programma che si articola intorno al tema: Roma nel 2000. L'analisi scientifica delle trasformazioni e dei possibili scenari, anche comparativamente a quanto avviene in altre grandi metropoli, vuole essere un contributo per far conoscere quanto il mondo della ricerca può offrire alla costruzione di una base seria su cui fondare le scelte, per far emergere le carenze di studi in questo campo da un lato e l'approssimazione con cui spesso si operano le scelte dall'altro, soprattutto per recuperare l'impegno culturale e politico nella costruzione di un futuro migliore.

Il programma prevede convegni sulle possibili evoluzioni del sistema socio-economico dell'area romana, del suo sistema di strutture e di servizi, del suo ruolo internazionale. In connessione con i tre convegni si prevedono tre premi per studi e ricerche intesi a stimolare la partecipazione creativa ai problemi affrontati.

Per contribuire a disegnare i possibili scenari di Roma si prevede di organizzare anche mostre che illuminino fenomeni meno noti o superficialmente analizzati che si stanno
sviluppando nella cultura delle aree metropolitane. Citerò due esempi:

- la cultura della separazione se non del rigetto con cui i giovani si pongono rispetto alla cultura della integrazione,di quei giovani che nel 2000 costituiranno la fascia con età media della popolazione della città;

- il mondo che è dietro la città e che ne alimenta la vita, il mondo cioè degli operatori dei servizi urbani che forniscono energia, acqua, comunicazioni. Di fronte al crescere della complessità e dell'interdipendenza delle varie parti del sistema urbano è essenziale far crescere la consapevolezza dell'importanza di questi servizi.

E ci proponiamo anche di organizzare mostre sui progetti non realizzati, sulle città dell'utopia sempre con l'intento di far crescere il gusto a pensare ai futuri possibili, ai modi in cui noi possiamo contribuire al loro realizzarsi.

Queste le nostre speranze. Sappiamo che non è impresa facile; è un'avventura, come deve essere in realtà ogni operazione culturale aperta. Ma ci sorregge la fiducia che anche se riusciremo solo a stimolare l'interesse, il dibattito, il confronto sul futuro di questa città e, per il suo ruolo di capitale, su quello del paese, se riusciremo solo a offrire qualche pietra alla costruzione di un ponte tra scienza e politica, stimolando l'abitudine all'analisi scientifica della realtà di fronte al le opzioni per il futuro, avremo dato un contributo non piccolo.

Allegato:
Autore: Antonio Ruberti
16/12/1982 - Tipologia: Intervento - Argomento: Diffusione della Cultura Scientifica